Due diaspore e un comune destino

Di Kanafani Ghassan
31 Agosto 2002
Il mattino del mercoledì 21 aprile 1948. Haifa era una città che non si aspettava niente di particolare, anche se nell’aria regnava una tensione indefinibile

Il mattino del mercoledì 21 aprile 1948. Haifa era una città che non si aspettava niente di particolare, anche se nell’aria regnava una tensione indefinibile. Il bombardamento arrivò all’improvviso da oriente, dall’alto del Monte Carmelo, e cominciarono a volare bombe di mortaio che andavano a cadere sui quartieri arabi. Le strade piombarono nel caos, e il terrore si impadronì della città, mentre la gente sprangava i negozi e le finestre delle abitazioni. Said S. si trovava proprio al centro quando nel cielo di Haifa cominciò ad echeggiare il rumore degli spari e delle esplosioni… A distanza di vent’anni ricordava ancora com’era stato sospinto verso il mare, quasi trasportato dalla folla piangente, sconvolta, incapace di pensare ad altro; nella sua mente c’era una sola immagine, come un quadro appeso a un muro: quella di sua moglie Safiya e di suo figlio Khaldun… Safiya era rimasta in casa un bel po’, ma, resasi conto che l’assenza del marito si stava prolungando troppo, si era precipitata in strada senza sapere bene il perché. Percorse come alla cieca tutta la stradina fino alla via principale. Tutt’a un tratto si rese conto che quella marea di gente la trascinava via. La spingeva di qua e di là, fondendosi dai diversi quartieri della città in una gigantesca e impetuosa corrente, che non le consentiva di tornare indietro, filo di paglia trascinato da un fiume in piena. Quanto tempo era passato prima che si ricordasse di Khaldun, del bambino che era rimasto nella sua culla, ad Halisa?(…)

Era il 30 giugno 1967, verso mezzogiorno, e la Fiat grigia con la targa bianca della Giordania si dirigeva verso nord, attraverso quelli che due decenni prima si chiamavano i “pascoli di Ibn Amir”. L’automobile saliva lungo la strada costiera, verso l’ingresso meridionale della città. Quando, superato l’incrocio, imboccarono la via principale, la strada scomparve dietro a un muro di lacrime. Said sentì la propria voce che diceva alla moglie: “Ecco Haifa, Safiya!”… Scorse improvvisamente la casa, proprio quella, la casa in cui era vissuto e che poi era vissuta nella sua memoria: ecco che ne intravvedeva la facciata con i balconi dipinti di giallo… Sistemò la macchina al solito posto, esattamente come vent’anni prima… Premette col dito il pulsante, mentre a bassa voce diceva a Safiya: “Hanno cambiato il campanello”. Tacque un istante, poi continuò: “E anche il nome naturalmente”. Fece un sorriso stupido, mentre stringeva la mano di lei, accorgendosi che era fredda e tremava. Da dietro la porta sentirono avvicinarsi dei passi lenti, strascicati. Il catenaccio cigolò senza far troppo rumore e la porta si aprì, pian piano. “Possiamo entrare?”. Era una vecchia piuttosto grassa e bassa, con un vestito blu a pois bianchi. Non capiva e Said cominciò a tradurre in inglese mentre lei lo guardava con atteggiamento interrogativo, ma poi i suoi lineamenti si distesero e si fece da parte, per lasciarli entrare… Finalmente dopo due ore di conversazione discontinua, una ricostruzione comprensibile dei fatti: ciò che era successo si era verificato nei pochi giorni compresi tra la notte di quel mercoledì 21 aprile 1948 in cui Said S. aveva lasciato Haifa a bordo di un’imbarcazione britannica nella quale era stato letteralmente spinto insieme con la moglie e dalla quale, dopo un’ora, era stato scaraventato sulla spiaggia argentea di Acri. Il giovedì 29 aprile, uno dell’Haganah (organizzazione militare fondata dai coloni ebrei di Palestina durante il Mandato britannico, ndt) accompagnato da un altro più anziano che di faccia assomigliava a un pollo, aveva spalancato la porta della casa di Said S. a Halisa facendo strada a Efrat Koshen e sua moglie Miriam, immigrati dalla Polonia… A lui vennero le lacrime agli occhi per un motivo che non riusciva a spiegarsi e fu colpito dalle parole della moglie che aveva anch’essa gli occhi pieni di lacrime: “Io piango per un’altra cosa: oggi è un sabato vero, ma qui non c’è più un vero venerdì, e nemmeno una vera domenica”… Miriam era cambiata da quando aveva visto due giovani dell’Haganah che trasportavano qualcosa fino a un camioncino fermo. Era stato un attimo, ma aveva visto: appoggiandosi al braccio del marito aveva gridato tremante: “Guarda!”. Ma quando aveva guardato, lui non aveva visto niente. I due giovani si asciugavano le mani coi lembi delle camicie color cachi. Sua moglie esclamò: “Quello era un bambino arabo morto! L’ho visto, era coperto di sangue!”… Miriam aveva perduto il padre otto anni prima, ad Auschwitz, e prima ancora, quando avevano fatto irruzione nella casa in cui abitava con il marito – in quel momento lui non c’era – si era rifugiata dai vicini del piano di sopra. Così i soldati tedeschi non avevano trovato nessuno, ma scendendo per le scale si erano imbattuti nel suo fratellino di dieci anni che stava andando da lei, forse per informarla che il padre era stato portato nel campo di concentramento, e lui era rimasto solo. Di fronte ai tedeschi, il bambino era scappato via di corsa. Lei aveva visto tutto dalla finestrella stretta e lunga delle scale, aveva visto come gli sparavano.

*Scrittore palestinese, già direttore di Al-Hadaf, organo ufficiale del FPLP, Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, il cui leader, Abu Ali Mustafa, è stato ucciso lunedì 27 agosto 2001 da un missile israeliano. Lo stesso Kanafani è stato assassinato a Beirut nel 1972, in un attentato attribuito ai servizi segreti dello Stato ebraico. Il testo è tratto da Ritorno a Haifa, Edizioni Lavoro 1999

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