Un tè nel deserto
Tutte le domande che avrei fatto a Sari Nusseibeh, uno dei più autorevoli e ascoltati leader dei palestinesi, me le ero preparate in inglese. Nusseibeh è nato e vive a Gerusalemme, ma sicuramente non mi avrebbe parlato in ebraico.
Come si dice: «mi piange il cuore?»
Nusseibeh mi riceverà nel suo ufficio, nel palazzo dell’Università El Quods, l’università araba di Gerusalemme di cui è presidente e dove insegna. Ma a chiunque racconti di questo mio viaggio leggo sul volto un’espressione ammirata e insieme preoccupata: «Sari Nusseibeh è un personaggio straordinario, di un’onestà profonda, di una capacità analitica notevole… ma a Gerusalemme est, no, no, non puoi andarci… e in questo momento poi!». Nel frattempo la situazione in Israele precipita: nell’ultimo mese abbiamo avuto 120 morti in attentati terroristici, centinaia di gente mutilata, la tensione è insopportabile e dopo la sera del Seder di Pesach – altri diciassette di noi massacrati mentre festeggiano la Pasqua – tutto si stravolge: i nostri carriarmati entrano a Ramallah, metà degli uomini del mio Kibbutz insieme ad altri 20mila, vengono chiamati all’esercito, Arafat è assediato in un bunker e noi non facciamo in tempo a riprenderci dall’attentato di Natania che già ce n’è un altro a Tel Aviv e poi a Nezarim e poi a Allon Moré. Che chiederò a Nusseibeh? Come si dice in inglese «mi piange il cuore?». Come si dice «Non posso nasconderle che per venire qui ho dovuto far forza su me stessa!». Telefono di nuovo al suo segretario Adel: «Adel, io ho quattro figli, perché non ci incontriamo nella parte israeliana?». «Don’t worry! Everything will be ok!!». Chiedo a Yehuda, il mio compagno di venire con me, qualcuno mi dice: «Volevo proportelo ma poi ho pensato se succede qualcosa meglio che uno di voi due resti per i bambini». Ridiamo, di questi tempi le battute macabre sono di prammatica. Entrare in Gerusalemme Est, è come entrare in un altro mondo, almeno per noi. Sono tesa come una corda di violino, stringo in mano le mele che ho portato dal kibbuz e quando scendiamo dall’automobile mi guardo intorno (sembriamo italiani, non c’è dubbio, ma non si sa mai).
Entriamo nella palazzina dell’università, sui muri poster della Palestina, con un gran sorriso dico le parole che ho imparato ad Ybellin, la scuola araba dove insegno: marhaba, buongiorno, salamalekkum, pace a voi… Ci fanno entrare in una saletta e lo stesso Sari Nusseibeh, ci viene incontro. Con lui ci sono una decina di persone, tutti intorno a una piccola Tv. El Jazeera trasmette le immagini di guerra nella west bank, i visi sono tesi e preoccupati, porgo le mele: «Sono della Galilea» dico, per un attimo penso: «chissà se sanno che sono anche ebrea, sionista e kibbuzzim, oltre che italiana». Lo sanno.
“Non c’è alternativa a una pace giusta”
Sari Nusseibeh mi sorride: «Le mele avresti dovuto portarle ad Arafat, forse in questo momento ne avrebbe più bisogno». E con grande gentilezza ci fa accomodare. Ci sediamo e ci porgono con un sorriso timido una tazza di tè alla menta fumante, la tensione si scioglie completamente ed inizia una lunga e bellissima conversazione dove traspare tristezza, speranza, a volte anche impotenza ma che lascia decisamente una porta aperta a un futuro diverso. La televisione rimane accesa, come succede spesso in questi momenti in tutte le case di Israele, le immagini continuano a susseguirsi sullo schermo ed ho la sensazione che pensiamo e desideriamo la stessa cosa: continuare a vivere in questa terra dialogando, cercando di capire. Ed è proprio quello che ci spiega Nussiebeh: «Per 10 anni abbiamo dialogato, c’è stata molta gente tra i palestinesi e gli israeliani che ha creato contatti, che hanno stabilito legami che lasciavano intravedere le possibilità di un futuro comune. Purtroppo quando ciò che ci guida non sono più la ragione e la morale ma il fanatismo tutto diviene caos. Cosa succederà adesso? È difficile rispondere. Se me lo avessero chiesto tre mesi fa, tre settimane fa e persino la settimana scorsa avrei potuto dare una risposta. Avrei risposto che Arafat e Sharon si sarebbero dovuti chiudere in una stanza, da soli, parlare faccia a faccia, chiedersi cosa volessero, chiedersi cosa volessero fare dei loro popoli, cosa fosse giusto fare per la loro gente e decidere una volta per tutte. Ma ora che la vita dei nostri popoli è stravolta non posso dare una risposta. Però una cosa so: nel momento in cui si deciderà di ricostruire una fiducia reciproca e stipulare una pace giusta, una pace fondata sul rispetto dei due popoli, allora tutto l’odio verrà dimenticato. Anche i libri di testo palestinesi, anche il fenomeno degli shahid» Crede che sia ancora possibile, e come? «Come non lo so, ma il perché sì: perchè la natura umana ha bisogno di pace, al di là delle religioni, della terra, delle ricerche di identità, l’uomo non può vivere senza pace. So quel che dico perchè ascolto la gente intorno a me. È vero, in questo momento c’è solo odio intorno a noi, tanto odio che si riversa da entrambi le parti, l’odio che ha fatto insorgere la seconda intifada e che ha causato gli attentati terroristici, un odio dovuto alla sfiducia del mio popolo verso il vostro popolo». Lo ringrazio comunque perché so che Nusseibeh ha sempre condannato il terrorismo contro i civili ebrei. E lui dice: «Io non deploro la morte di un ebreo perchè ucciso da un palestinese in un attentato, deploro ogni assassinio senza differenza di popolo, di razza, religione, colore politico, perché per me ogni vita umana ha un valore. Dobbiamo deporre la logica della violenza da entrambe le parti prima possibile. Questa è casa vostra ed è casa mia, voi non avete nessun altro posto in cui andare e così anche noi. Per questo non abbiamo altra scelta: dobbiamo fermarci, parlare, trovare una soluzione accettabile per entrambi. Possiamo farlo e, soprattutto, non abbiamo alternativa».
Ci lasciamo dopo due ore di conversazione, mentre sulla strada del ritorno in Galilea sento di un altro terribile attentato a Haifa, poi di un altro ancora, poi che il nostro esercito sta per entrare in altre città palestinesi… Io non so se siamo vicini alla guerra totale, ma so che in questo ciclone che ci sta travolgendo ho bevuto un tè a Gerusalemme est con un leader palestinese, rappresentante di Arafat, il “nemico di Israele”. So che ho bevuto un tè nella più straordinaria normalità e familiarità con il mio “nemico”. E questo, secondo voi, che significa, se non che la pace è sempre possibile?
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