Se l’Anp fosse Nusseibeh

Di Calò Livné Angelica
11 Aprile 2002
Sarà catastrofe o miracolo della libertà. Faccia a faccia tra un’israeliana e un leader palestinese. Seconda (e ultima) puntata di una speranza di pace

53 anni, sposato, 4 figli, Presidente dell’Università Al Quds. «Dopo la morte di Feisal Husseini sono stato incaricato dall’Autorità palestinese di rappresentare tutto cio che concerne Gerusalemme». Sari Nusseibeh continua a parlarci. A Gerusalemme, nel frattempo, è arrivato il segretario di stato americano Colin Powell.

Quale potrebbe essere un accordo soddisfacente per i palestinesi?

«è tutto già prefigurato negli accordi di Taba dello scorso anno: un accordo soddisfacente è il ritono di Israele – più o meno – entro i confini del ’67. Dico “più o meno” perché si tratta di negoziare scambi di territorio dal punto di vista qualitativo. Ma la sostanza è questa: il ritiro delle colonie e il rientro di Israele nei confini del ’67.

Perciò, prima di tutto ci deve essere qualcuno dalla parte di Israele che veramente si impegni ad uscire dai territori e tornare ai confini del ’67, qualcuno che creda che si debba costituire uno stato palestinese con il quale si possa cooperare. Mentre da parte palestinese, deve essere data la garanzia di non voler gettare gli ebrei a mare e di rinunciare al ritorno di 4 – 5 milioni di profughi che trasformerebbero Israele in uno stato arabo».

Pensi davvero che da parte palestinese ci sia qualcuno in grado di condurre un processo del genere?

Sì, penso che Arafat possa farlo. Nonostante ciò che si dice di lui…

Tu sai che per noi è molto difficile credere ad Arafat …

E tu sai che i palestinesi pensano la stessa cosa di Sharon e credono che non acconsentirà mai a tornare ai confini del ’67…

Però se i palestinesi avessero agito diversamente forse sarebbero riusciti a portare Sharon al tavolo dei negoziati…

Penso che i palestinesi non avrebbero dovuto scegliere la strategia della violenza. Se mi chiedete quale è stato il piu grande errore dei palestinesi è proprio questo: invece di fare tutto il possibile con tutte le difficoltà per arrivare al tavolo dei negoziati e portare Sharon a concessioni, hanno continuato con la violenza allontanando tutte le possibilità di dialogo. Ma voi dovete mettervi nei panni altrui: dal nostro punto di vista è difficile chiedere alla gente di non reagire e trattenersi perché la loro situazione è disperata.

Ora vorrei dirti di cosa abbiamo paura: poniamo che avvenga un miracolo e che si avveri questa sorta di utopia di cui parli: Sharon e Arafat si incontrano, arrivano a una conclusione accettata da entrambi, si arriva a un accordo comune. Come potremo affrontare l’odio, il terribile odio che abbiamo intorno? Ho ricevuto un “file” che descrive i libri di testo delle scuole palestinesi: è un documento terribile! Nelle nostre scuole, nelle nostre case il messaggio educativo è un altro, è completamente diverso, si educano i giovani al rispetto e all’accettazione dell’altro, del diverso, della sua cultura, del suo credo. In quelle palestinesi sembra ci sia solo odio per gli ebrei…

Il problema non sono i libri di testo, non è quel che i nostri ragazzi sentono a scuola. Il problema è ciò che sentono nelle moschee e intorno a loro: il problema è la società, l’atmosfera generale, questa situazione di guerra che induce a pensare che gli ebrei ci odiano e che sono terribili…

Come possiamo cambiare questa realtà?

Si deve arrivare a un accordo. Fino a che i palestinesi sentiranno nell’intimo di essere stati usurpati nei loro diritti e che non c’è un accordo giusto per le due parti, l’odio continuerà. Però lo ammetto, bisogna stare attenti a ciò che si scrive nei libri, specialmente nei libri per bambini…

E come si farà a convincere un bambino che una persona che fino a ieri gli era stata descritta come un mostro, non lo è?

Penso che non ci sarà nessun problema! Prima della Conferenza di pace di Madrid c’era molta paura, ci domandavamo esattamente quello che mi domandi tu adesso: come si farà a raggiungere un accordo di pace se c’è tutto questo odio? Come potrà esserci una pace dopo che per quarant’anni ci siamo uccisi a vicenda? Eppure è successo, è semplicemente successo perché in fondo al cuore gli esseri umani desiderano la pace. A Madrid sono successe cose che hanno dato vita a fenomeni che non avremmo mai immaginato. Poco prima giovani palestinesi andavano contro i tank israeliani con le pietre e confesso che anch’io pensavo fosse un atto di coraggio scagliare pietre contro i tank nemici. Poi però, dopo Madrid, ho visto i bambini che si arrampicavano sui tank e porgevano ramoscelli d’ulivo ai soldati israeliani: allora ho capito che questo era vero coraggio. Aver la forza di cambiare. Un’altra volta ero a Ramallah, alla prima marcia di pace dopo Madrid, venivamo da Tulkarem e ci imbattemmo in soldati israeliani che pochi giorni prima avrebbero attaccato chiunque provasse a piantare una bandiera palestinese tra le rocce. Davanti a noi c’era una piccola e vecchia auto piena di gente, che non conoscevamo. Sventolava un’enorme bandiera palestinese. Ero preoccupato, non sapevo come avrebbero reagito i soldati. Improvvisamente ci fermarono, si avvicinarono e uno di loro aggiustò la bandiera raddrizzandola, spiegando che avrebbe potuto coprire il viso dell’autista e causare un incidente. Fu una sensazione indescrivibile vedere un soldato israeliano che aiutava un palestinese ad alzare la sua bandiera. Dopo qualche tempo sono andato da Tulkarem a Betlemme, c’erano soldati israeliani in uniforme che aiutavano la popolazione palestinese a dirigere il traffico. Tutto era cambiato in poche settimane. Come per magia. Io credo che al di là di tutto la volontà di pace sia indistruttibile.

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