Terrorismo a Jenin
Mentre stiamo per andare in stampa, l’amico e collega Gian Micalessin ci contatta da Israele: «Sono entrato a Jenin. Mai vista, in vent’anni di guerre, una scena così. I buldozer israeliani hanno spianato tutto. Nel campo profughi dove vivevano 13mila persone non c’è edificio che non sia sventrato e il centro del campo non esiste più. Sbriciolato. Ci potresti camminare sopra come su un tappeto di macerie. I palestinesi parlano di 500 morti, gli israeliani di 200. Cifre certe non ce ne sono. I primi osservatori non di parte siamo noi. E noi siamo qui sei giorni dopo la fine dei combattimenti. Chi può dire se e come l’esercito israeliano ha portato via i cadaveri? Certo è che i rastrellamenti continuano. E che, a tutt’oggi (16 aprile ndr) i giornalisti non possono ancora entrare nel campo profughi». Lunedì 15, siamo scesi da Milano al ghetto di Roma per manifestare insieme a migliaia di persone la nostra fraterna amicizia al popolo ebraico, vittima del terrorismo suicida e dell’internazionale antisemita. Cosa dovremmo dire ora? Che ci siamo sbagliati o, piuttosto, terribile a dirsi, che la strage di Jenin è la tempesta raccolta dal popolo palestinese a causa del vento seminato dai suoi capi? Dovremmo dire, a malincuore, guardate i fatti: vi ricordate che sono 18 mesi che, contro ogni evidenza logica e politica, con kamikaze inviati in Israele quasi ogni giorno e, soprattutto, specie nei momenti in cui si aprivano infinitesimali ma reali spiragli di trattativa (il kamikaze sulla Pasqua ebraica al primo cenno di tregua di Sharon, quelli all’arrivo del negoziatore americano Zinni e, su tutti, quello di Gerusalemme all’arrivo di Powell, segretario di Stato Usa), i capi palestinesi hanno, nei fatti, indicato al proprio popolo una sola via, quella del suicidio? Sì, dovremmo dire e ricordare queste cose per spiegare il massacro di Jenin. Eppure non basta non avere torto, bisogna avere ragione. E la ragione dice che quando un comando politico-militare si lascia trascinare nella cancellazione di ogni elementare evidenza di umanità e di pietà, trasformando una guerra al terrorismo in un caterpillar stragista, è una tragedia per tutti. Perché stragi così hanno un solo nome: terrorismo. Per questo la copertina di questo numero vorrebbe dire: «Israele, aiutaci a difendere il tuo popolo difendendo il popolo palestinese».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!