Scioperare? Concertare? No, lavorare
A bocce ferme, terminato lo sciopero generale, forse si ricomincerà a discutere. E magari si ripartirà non tanto dall’articolo 18, ma dal finanziamento degli ammortizzatori sociali e da altri temi ben più importanti contenuti nel Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. «Spero che questa sia la nuova impostazione» ci dice Armando Tursi, docente di Diritto del lavoro all’Università Cattolica di Milano. «Se rimaniamo in tema di articolo 18, però, va detto che il problema reale su cui si dovrebbe dibattere è quello della lunghezza delle cause di lavoro. A Milano un giudizio di primo grado su questa materia può durare fino a 2 anni, a Napoli magari anche 4. Questo rende eccessivamente oneroso il risarcimento che il datore di lavoro deve corrispondere in caso di condanna. Deve infatti reintegrare il lavoratore corrispondendogli anche 6 o 7 anni di stipendio. E rende anche insopportabile la questione dal punto di vista della programmazione, perché un’azienda non può vivere per anni non sapendo come andrà a concludersi una causa di lavoro tra l’altro molto dispendiosa». «Il vero oggetto del contendere per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro non si esaurisce però nell’art. 18 dello statuto dei lavoratori» ci dice Enzo Peserico, consulente del lavoro. «Una delle questioni chiave sulla quale Governo e parti sociali divergono è proprio quella riguardante il metodo con cui vanno affrontate le riforme in generale, e quella del mercato del lavoro in particolare. Si contrappongono cioè due sistemi: quello del “dialogo sociale” e quello della “concertazione”». Ma cosa si intende per dialogo sociale? Per risolvere questo dilemma ci viene in soccorso proprio il Libro Bianco, nel quale Marco Biagi e gli altri coautori scrivono: «Prima di assumere interventi legislativi o comunque di natura regolatoria in campo sociale e dell’occupazione, è necessario che le istituzioni consultino le parti sociali… Al termine di questa prima fase di consultazione, da contenere in tempi ragionevolmente brevi, qualora il Governo o la Regione intenda proseguire con l’iniziativa regolatoria dichiarata nella fase precedente, alle parti sociali dovrebbe essere offerta l’opportunità di negoziare sul tema assegnando anche in questa occasione un termine ben determinato… Solo in caso di rifiuto delle parti sociali di impegnarsi in un negoziato, ovvero nell’ipotesi di un esito infruttuoso del medesimo, l’iniziativa legislativa promanante dal Governo o dalla Regione potrà riprendere il suo corso».
Concertazione o diritto di veto?
Questo, secondo gli autori del Libro Bianco, è il dialogo sociale. è un confronto aperto: se però alla fine delle trattative nessuna delle parti vuol mettersi d’accordo allora decide il Parlamento, liberamente eletto dai cittadini. è un sistema antidemocratico? Parrebbe proprio di no. Infatti rispecchia fedelmente la volontà degli elettori, che votando una certa coalizione hanno scelto una determinata maggioranza parlamentare e hanno accettato un determinato programma di governo. Superato, vecchio e forse non limpidamente democratico è invece il metodo della concertazione che ha tenuto banco, almeno finora, in tutte le trattative dal 1970 a oggi. La concertazione, così concepita, corrisponde infatti a una sorta di diritto di veto. Si discute è vero. Ma se una delle parti sociali dice no, ecco che tutto si blocca e il Governo, pur espressione di una maggioranza parlamentare eletta dai cittadini, deve ritirarsi aspettando tempi migliori. In base a questa prassi concertativa, o il Governo si fa dettare le riforme da una delle parti sociali oppure non fa nulla… Il tutto in barba alla Costituzione. Ma la sovranità non apparteneva al popolo?
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