I diritti? Son cavalli. I bisogni? Umani

Di Newbury Richard
16 Maggio 2002
Governo Ue? Dirigista in stile Vichy. Politica dei “valori”? Astrazione bocciata dai cittadini (vedi Francia e Olanda). Le marcette per i “diritti umani”? Tu chiamale se vuoi, emozioni. Un quasi manifesto di “politica locale”

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma sono disposto a combattere fino alla morte per il tuo diritto a sostenerlo», la famosa affermazione di Voltaire è quasi una sua idiosincratica versione dell’«ama il prossimo tuo».

Il pavido Voltaire e i “diritti” come consenso

In effetti, esiliato in Inghilterra – una terra, come disse lui stesso, con 100 religioni e un’unica salsa per condimento, l’esatto contrario della Francia – Voltaire rimase scioccato nel constatare che qui chiunque vestiva e si comportava da gentleman veniva trattato come tale. Non era, infatti, un problema di droit de seigneur, ma di modi da gentiluomini. Le persone – e le parole – potevano essere come volevano. Come disse Locke: «ciò che fa il diritto è il consenso». La legge non è assoluta, ma si fonda sul consenso ed è contestuale. È quel senso comune (diverso dall’opinione) che nasce dal basso, non un’astratta teoria giurisprudenziale calata dall’alto. Fuori da un contesto preciso, i diritti astratti possono in breve tempo trasformarsi in una fonte d’ingiustizia concreta. Corrono il rischio di diventare assoluti quanto quell’ancien regime che intendevano sostituire. In realtà nessuno ha mai visto Voltaire, pronto ad una rapida fuga in Svizzera, combattere fino alla morte per qualcosa. La conclusione del suo Candide è il quiescente «il faut cultiver notre jardin», benché fu proprio lui a dire che «Rousseau può pascolare sul mio prato ogniqualvolta lo desideri». Naturalmente il giardino sognato da Voltaire era un parterre di Versailles, non certo un giardino di quello stato di natura che secondo Rousseau doveva essere una manifestazione della bontà naturale prima dell’avvento delle catene della civilizzazione umana. Certamente quel figlio ribelle di un pastore calvinista svizzero rifiutava qualsiasi idea di un peccato originale per il suo Eden.

La “politica dei diritti”? Un àncien regime

Il problema di tutti i rivoluzionari, a partire da Rousseau, è stato quello di accorgersi che l’Uomo non è affatto buono, e perciò dev’essere stato corrotto. Ecco allora la necessità brutale o di “rieducarlo” oppure, semplicemente, come fece Pol Pot, di azzerare una generazione per togliere di mezzo la corruzione. I diritti umani vanno considerati nel contesto di un uomo peccatore, vanno applicati a partire dalle circostanze storiche, dai diritti e dai doveri concreti, evitando l’illusione di aspettarsi che le cose succedano perché noi lo abbiamo programmato. «Se i desideri fossero cavalli, i mendicanti cavalcherebbero». Il mondo del XVIII secolo in cui vissero Rousseau e Voltaire fu quello che vide, almeno in Europa, la globalizzazione della lingua e della cultura francese. Federico il Grande non avrebbe voluto insegnanti tedeschi nelle università prussiane. Gli ufficiali delle guerre contro Napoleone in Guerra e pace parlavano francese, non russo. Nello stesso tempo, gli inglesi stavano creando il proprio impero globale in India, Africa e America mentre l’avvio della Rivoluzione industriale cominciava a trasformare il mondo. È stato il diritto dei nobili francesi a non pagare le tasse, mentre possedevano terre offerte loro come compenso per il servizio militare feudale, a condurre il paese verso la bancarotta, innescando la Rivoluzione. Fu l’ostinazione nel sostenere un diritto datato e fuori dal suo contesto a condurre, attraverso una “cattiva gestione della crisi”, alla sanguinaria Rivoluzione. La Glorious Revolution inglese del 1688 che, nel 1689, sfociò nella Declaration of Right, condizione perché Guglielmo III diventasse un sovrano “a responsabilità limitata”, fu definita «non una Rivoluzione compiuta, ma prevenuta». Come disse il suo architetto, il Segretario di Stato e filosofo John Locke: «l’uomo riceve dalla natura il potere di difendere la sua proprietà – cioè la vita, la libertà, il proprio patrimonio – contro le offese e gli assalti degli altri uomini. Essendo per natura l’uomo libero, uguale e indipendente, nessuno può venire espropriato di quanto possiede e assoggettato al potere politico di un altro uomo, senza il proprio consenso. Perciò il grande fine dell’unirsi in comunità degli uomini e del loro mettersi sotto un governo, è la salvaguardia della proprietà». Da Locke derivano tanto i Diritti dell’uomo del fondatore del Radicalismo Tom Paine, quanto le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia del fondatore del conservatorismo liberale inglese Edmund Burke. Se entrambi gli autori appoggiano, come fecero del resto tutti i Whigs, la causa della Rivoluzione americana, diverso è il loro giudizio sui cambiamenti portati dalle “radici e ramificazioni” della Rivoluzione francese. Mentre Paine sostiene il diritto della maggioranza a cambiare il corpo politico, decapitandolo sia metaforicamente che letteralmente, Burke solleva delle obiezioni. Le istituzioni sono vive e organiche, non una costruzione artificiale. «I popoli che non tengono conto dei propri antenati non guarderanno mai al futuro». Tuttavia, «uno stato che non opera qualche cambiamento, si priva dei mezzi della propria conservazione». «La società è indubbiamente un contratto. E diventa un’associazione non soltanto fra coloro che vivono, ma tra questi, coloro che sono morti e quelli che nasceranno». Inoltre, chi propone un cambiamento radicale piuttosto che uno organico «è così assorbito dalle sue teorie sui diritti dell’uomo, da dimenticare completamente la propria natura».

Politica ed elettori

In un’Europa governata da una Commissione europea che richiama alla mente Vichy nel suo dirigismo e nella sua mancanza di responsabilità, sono in molti a sentire minacciati i propri “diritti” e il proprio “patrimonio”. Si tratta di persone che non hanno dato il proprio consenso. Non sono soltanto gli immigrati a soffrire, ma anche i poveri “indigeni” che si sentono espropriati. Ad un’Europa economicamente in crescita, dove la popolazione è sempre più vecchia e le nascite sono in drammatico calo, l’immigrazione è essenziale quanto lo è per gli Usa (nel caso italiano è addirittura una questione di sopravvivenza: il record di denatalità dell’Italia – solo 1.2 bambini per coppia – richiederebbe infatti 2,3 milioni di immigrati all’anno per mantenere l’attuale popolazione del Belpaese!). Comunque, se pure non soffriremo di nuovo per una “cattiva gestione della crisi” – visto che la guerra contro il totalitarismo sembra vinta – i politici devono tornare ad impegnarsi per essere rappresentanti del popolo piuttosto che membri di un’elite che ha abbandonato i propri elettori. Devono ricordarsi il detto di David Lloyd George «i politici sono come scimmie. Più arrivano in alto, più mettono in mostra i propri lati rivoltanti». Al secondo turno, il 38% dei francesi o si sono astenuti oppure hanno votato Le Pen, mentre al primo turno il 34% di loro ha votato per i candidati stalinisti, trozkisti o fascisti. Il consenso degli elettori per il sistema parlamentare dev’essere assicurato facendo sì che appoggiarlo sia nel loro interesse. Dev’essere nel loro stesso interesse – la loro proprietà. I cambiamenti organici allo sviluppo del nostro sistema economico vanno gestiti con il coinvolgimento di quanti ne sono più direttamente preoccupati, com’è «loro diritto». Ai politici che coltivano l’arte del possibile bisogna ricordare che mentre i diritti astratti ottengono slogan acuti ed emotivamente efficaci, il loro compito è quello di facilitare la coabitazione di diritti spesso in conflitto tra loro, in un contesto costantemente in evoluzione, insistendo sui valori essenziali e su quei doveri che sono il prezzo dei diritti, senza mai dimenticare che “la politica è sempre locale”. Come conclude la riflessione di Burke sulla Rivoluzione in Francia affrontata dal punto di vista di quelle in America e in Inghilterra, «il governo è una soluzione trovata dalla saggezza umana per provvedere agli umani bisogni. Gli uomini hanno il diritto che questa saggezza soddisfi questi bisogni».

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