Così è il lavoro se vi pare

Di Stefanini Maurizio
23 Maggio 2002
Crolla il lavoro dipendente. Prolifera l’atipico, l’interinale e quello delle partite Iva. Le prove (documentali) che Cofferati combatte contro la realtà (e gli interessi) dei lavoratori

«Dio è morto, Marx pure, e neanch’io mi sento troppo bene». C’era proprio da pensare alla vecchia battutaccia di Woody Allen, quando il 9 maggio l’Associazione Stampa Romana ha convocato la “consulta nuovi giornalismi”, all’insegna dello slogan “governare la flessibilità”.

Disagi giornalistici

“Liberi professionisti, collaboratori, disoccupati, cassintegrati. Addetti agli uffici stampa, comunicatori, comunque operatori dell’informazione. Il mestiere è sempre lo stesso: quello di giornalista. Ma in questi casi i diritti molto spesso sono ridotti al minimo, quasi cancellati. Mancano certezze di applicazione contrattuale, in una giungla di rapporti di lavoro che costringono spesso ad accettare contratti impropri (come accade spesso per uffici stampa, pubblici e privati), manca un governo della flessibilità concordato tra aziende, lavoratori e sindacato”. Il disagio è reale. Ma già l’attacco, come minimo, dimostra un po’ di confusione mentale. Come dire: “Berlusconi, l’idraulico, il barbone sotto casa, il lattaio, quello che lava i vetri al semaforo. Il mestiere è sempre lo stesso: non sono lavoratori autonomi”. E anche dagli interventi dei vertici sindacali e dalle proposte che fanno, l’idea imperante sembra quella che chi non ha un contratto non cerchi altro che di averlo. Ma se la Federazione Nazionale della Stampa annaspa ancora davanti alla rivelazione, resta comunque il fatto che ha capito il cambio epocale che è avvenuto. Secondo gli ultimi dati, gli iscritti dell’Inpgi 2, cassa previdenziale per le prestazioni giornalistiche non di lavoro dipendente, sono ormai oltre 12.000. Ovvero, quanti i contratti giornalistici di lavoro dipendente in Italia. Non vuol dire ancora un sorpasso, visto che almeno un quarto degli “Inpgi 2” sono in realtà lavoratori dipendenti che arrotondano lo stipendio con altre collaborazioni. Ma questo è ormai imminente. Appunto, perché è la tendenza generale della società ad andare in questo senso.

La fotografia del Censis

Già nel 2000, secondo il Censis, nello Stivale i lavoratori dipendenti erano divenuti minoranza: 10 milioni, su 20,6 milioni di lavoratori ufficiali. Contro 5,9 milioni di “popolo delle partite Iva” dei lavoratori indipendenti, i 3 milioni di dipendenti di piccole imprese sotto i 10 dipendenti e l’1,7 milioni di parasubordinati e atipici. Per non parlare di 4 milioni di lavoratori del sommerso, che abbassano ancora di più la quota dei dipendenti, dal 48,5% al 40% scarso. Una svolta del millennio, cui ora se ne aggiunge un’altra ancora più dirompente. Stando ancora al Censis, che ha reso nota questa statistica proprio dopo il fatidico primo maggio caro alle kermesse dei lavoratori ottocenteschi e novecenteschi, oggi i lavoratori individuali in Italia rappresentano il 50,6% del totale degli occupati. Una massa di 13 milioni di persone, tra cui un 57,6% di lavoratori autonomi e un 40,4% di dipendenti. Cosa fanno questi “lavoratori individuali”? I liberi professionisti, un tempo ristretta aristocrazia, sono ormai maggioranza nella maggioranza, col 30% del totale: 4,2 milioni di persone a fine 2001. Un altro 25% è costituito da lavoratori in proprio, come commercianti e artigiani. E qui siamo ancora al regno del ceto medio tradizionale, sia pure ormai “allargato” nella sua presenza. Al terzo posto, però, c’è un 16% di collaboratori coordinati e continuativi, i famosi “co.co.co” assieme a professionisti parasubordinati e con partita Iva. Vi sono poi un 7,8% di lavoratori sommersi autonomi, il 6,9% di coadiuvanti, il 4,8% di lavoratori interinali, il 4,2% di imprenditori, il 2,6% di dirigenti, lo 0,2% di lavoratori in conto terzi. Tra tutti i lavoratori individuali, le donne sono una buona percentuale, col 36%.

I dati Istat

Ma il dato più interessante è che sebbene di questi istituti di ricerca in Italia ve ne siano tanti ed ognuno agisca per conto suo, alla fine tutte le varie tessere del puzzle finiscono per combaciare. Abbiamo visto le associazioni dei giornalisti e il Censis, passiamo allora all’Istat. A febbraio l’occupazione nelle grandi imprese è scesa su base annuale del 4,1% nell’industria, dello 0,5% nei servizi. Ovvero, rispettivamente, 32.500 e 5.400 posti in meno. I botti maggiori sono stati nel comparto energia elettrica, gas e acqua col –11,1%, nelle raffinerie di petrolio col –6,8%, nella produzione dei mezzi di trasporto con il –6%. Vanno invece bene le attività professionali col +8,4%, gli alberghi e ristoranti col +6,8%, il commercio col +3,1%. Un’altra tessera? La crisi annunciata della Fiat, con 12.000 esuberi e oltre. Insomma, crolla l’occupazione in ogni attività in cui il lavoro bruto può essere fatto meglio dalle macchine. E si crea lavoro là dove il ruolo della personalità del singolo si fa insostituibile. Ma come si pensa in campo sindacale ad affrontare il mondo nuovo? Scioperi “rapidi e incisivi” con richiesta di nuove leggi per difendere vecchi diritti è la ricetta di Cofferati. Palmiro Togliatti ricordava di quando stava in Spagna dalla parte dei repubblicani, c’era stato un ministro anarchico che voleva in tutta serietà imporre per legge la rottura immediata di ogni bottiglia una volta utilizzata, al fine di incentivare l’industria del vetro.

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