Uscire dalla trappola o sparire
Ciò che sento in questo momento è una grande tristezza, qualcosa che mi opprime e mi deprime, qualcosa che assomiglia a violenza carnale. Io che da più di vent’anni invento i giochi, gli spettacoli, gli esercizi più straordinari per insegnare il rispetto, per condurre con amore a guardare “al di là”, per creare ponti, per educare al confronto, al dialogo mi trovo qui, ad intervistare soldati, ad indagare se si sono perpetrati massacri, se si sono uccise donne, se si sono profanati luoghi sacri e tutto questo per calmare le mie notti insonni, per placare l’ansia che mi attanaglia, per spiegare al mondo che vivo in un paese dove nessun padre e nessuna madre può più assicurare un futuro ai propri figli. Come vorrei potermi occupare solo di arte, starmene in una bella fattoria, in mezzo al verde, magari con un panorama identico a quello che ho qui, davanti alle finestre del mio kibbutz. Creare spettacoli i cui interpreti esprimono i miei ideali di rispetto reciproco, di accettazione, di ricerca del diverso nell’altro, per arricchire il proprio bagaglio spirituale e culturale senza giudicare, sovvertire o aborrire. Sì, la Terra Santa, come mi ha detto un vecchio amico, dovrebbe essere solo «spazi illuminati di pace». Si può immaginare quanto dolore, quanta angoscia, quanta frustrazione si provi vivendo ciò che noi viviamo in questi momenti qui, nella terra di tutti i Padri, minacciati a ogni angolo e avvelenati dalle accuse del resto del mondo di mancanza di umanità, di violenza, di durezza, di spietatezza. Ciò che sento in questo momento, dopo la tensione di “Muro di difesa”, dopo l’attentato di ieri a Netanya e il tentativo di stamane ad Afula è che non abbiamo più possibilità a disposizione eccetto una, quella che il popolo ebraico sparisca dalla faccia del mondo e questa possibilità mi avvolge come un mantello soffocante e senza volerlo tremo e le parole che sto scrivendo mi appaiono come attraverso una nebbia fittissima. Ciò che sento è che siamo in una trappola ed è orribile essere in una trappola: non possiamo porgere la mano, non dobbiamo essere troppo forti, non possiamo dimostrarci deboli, non ne possiamo più di violenza e attacchiamo per mettere fine alla violenza, dobbiamo uscire dai Territori ma non possiamo uscirne mentre ci minacciano.
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