Sofri, il viaggiatore curioso
Non tragga in inganno il sottotitolo. Del Sofri “di prima” c’è ben poco. Niente Lotta continua, niente omicidio Calabresi, niente processi. Non è un libro su uno dei casi giudiziari più drammatici della nostra storia recente. Possono leggerlo innocentisti e colpevolisti. C’è solo il Sofri “di dopo”. C’è il viaggaitore curioso (reporter sarebbe riduttivo). A Sarajevo sotto il tiro dei cecchini serbi. Nella Grozny assediata dei russi, amico dei ribelli ceceni (al punto da strappar loro la liberazione di Mauro Galligani e degli altri tre giornalisti italiani sequestrati). Nell’Iran di Khomeini, all’indomani della rivoluzione e nei primi giorni della guerra con Saddam. «L’islamismo è sì strumento della riscossa nazionale, ma è anche, per eccellenza, religione e ideologia sovranazionale: ciò che fa della Rivoluzione islamica in Iran nient’altro che un passo sulla via della Rivoluzione islamica mondiale». Così, con allora insolita lungimiranza, annotava. E c’è, va da sé, il Sofri ospite della casa circondariale di Pisa. C’è la vita della prigione, con i suoi dettagli grotteschi: il divieto di introdurre verdure crude (cotte sì), l’interruttore della luce all’esterno della cella, la proibizione di possedere libri con la copertina rigida. «In carcere bisognerebbe portarci le scolaresche e i magistrati e gli avvocati e le famigliole» commenta «visite guidate: non migliorate niente delle carceri: solo fatele vedere a tutti». E c’è, soprattutto, un uomo che, a Teheran come a Grozny, a Sarajevo come a Pisa, cerca di stare di fronte e dentro la realtà salvaguardando la propria e altrui dignità.
Mattia Feltri, Il prigoniero. Storia breve di Adriano Sofri, 120 pp. Rizzoli, euro 12,00
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