Gerusalemme (due donne e l’amico Giuss)
Da una settimana cerco di spiegare a me stessa cosa mi abbia spinto ad entrare a Gerusalemme Est in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo. Non riesco a definire quella voce che mi grida da dentro e mi accompagna mentre agisco mettendo a repentaglio la mia famiglia. «Mamma, per favore non andare… non fare sciocchezze…», mi aveva detto Gal, il mio primogenito…
“Mamma non andare”. Ma “io devo” andare…
«Mi hai chiesto di incontrarmi e ne sono stata felice, sarai a Gerusalemme e vorrei che tu fossi ospite a casa mia. Quando verrò in Galilea tu deciderai dove ci incontreremo. Gerusalemme è la città della pace e tutto è in mano di D-o!». Alle dieci di sera Samar mi dice così, con decisione, con tono quasi risentito, con sicurezza… «Tutto è nelle mani di D-o». Alle dieci di sera decido di andare, di non annullare, né rimandare. Col cuore in subbuglio di due quindicenni che decidono di trasgredire, io e il mio compagno Yehuda arriviamo all’Hotel Ritz, al centro di Gerusalemme Est. Al telefono avevo scoperto che Samar parla perfettamente l’ebraico, quando arriva ci abbracciamo come due amiche che non si vedono da anni. Yehuda le porge lo scatolone colmo di regali che abbiamo preparato per i suoi 108 bambini dell’Orfanotrofio “Jilil Amal”, che lei dirige a Betania. Ci sorride e siamo tutti emozionatissimi. «Avete avuto un grande coraggio a venire qui oggi, grazie!», ci dice in inglese; cominciamo a camminare e a raccontare, arrivati a casa di sua madre ci sediamo fuori e le chiediamo se ora possiamo parlare in ebraico. «Meglio di no, non conosco quell’uomo che si sta occupando del giardino». «Non è che parli un po’ d’italiano per caso?». «Un po’». E in un italiano perfetto e in un unico respiro inizia a raccontarci la storia della sua vita: come sia cresciuta, sulle orme dei suoi genitori, nello spirito cristiano, nella consapevolezza e nella volontà di dedicarsi al prossimo, come sia avvenuta, proprio come una luce che ti illumina all’improvviso, la sua decisione di divenire una Memores Domini, dopo l’incontro con Comunione e Liberazione.
I bambini di Samar
Samar Basil Sahhar, 41 anni, è una donna di una dolcezza e di un’energia che conquisterebbero chiunque. Nata a Gerusalemme, è ancora bambina quando suo padre, con grandi sforzi, fonda una casa per bambini abbandonati insieme ad Alice, sua madre, una donna forte, onesta e assertiva fino allo spasimo. Samar cresce in un’atmosfera in cui l’educazione e la dedizione sono parte della vita e continua l’opera dei suoi genitori con fedeltà, creatività e positività. Samar è una palestinese cristiana che aiuta a crescere 108 bambini palestinesi musulmani, rispettando la loro identità, affrontando con coraggio e determinazione le accuse di chi la considera troppo “filo-israeliana” perché si rifiuta di insegnare l’odio ai suoi ragazzi, come succede in molte scuole palestinesi. «Avrei voluto che veniste a Betania, ma ora è molto pericoloso e non ho potuto portare le foto per mostrarvi i miei ragazzi, è molto difficile passare il posto di blocco, i soldati israeliani ci controllano tutto, a volte passiamo delle ore prima di varcare il check point…». Poi ci guarda, forse riesce a leggere l’espressione che ci si disegna in viso… che deve essere qualcosa come ciò che ci ha spinto a venire qui da lei e ci dice: «Lo so, i soldati devono controllare perché è un periodo difficile; lo so, questa situazione è difficile anche per voi, noi alle 8 di sera abbiamo il coprifuoco e io non posso sopportare di non poter uscire di casa perché i soldati me lo proibiscono… ma anche voi israeliani è come se aveste un coprifuoco… so che i vostri ristoranti, i vostri centri di ritrovo sono mezzi vuoti, è come se ci fosse il coprifuoco anche da voi!».
La caratteristica più eclatante di questa donna così profondamente attaccata alla sua opera è la disponibilità a capire l’altro, a vedere la situazione da ogni punto di vista e noi stiamo lì ad ascoltarla quasi rapiti perché ciò che manca in questo momento in Medio Oriente è proprio la possibilità di dialogare, di vedere i due lati del conflitto, di poter dire: «è vero, questo non è giusto, ma succede perché…», e in seguito al dialogo poter cambiare, dare un po’ di respiro alle due parti, cercando di uscire da questo circolo vizioso che ci sta distruggendo… «Quando i bambini vanno a scuola al mattino, i vostri soldati gli aprono gli zaini e controllano libro per libro, pagina per pagina e tutto questo è un trauma per loro…». Di nuovo il nostro volto subisce quell’impercettibile smorfia di dolore… e Samar ci anticipa: «Lo so, alcuni sfruttano l’innocenza dei bambini per nascondere ordigni, per scopi politici, e tutto questo è deleterio per loro che crescono sobillati nell’odio. I bambini sono il futuro, potrebbero essere il futuro di pace e invece crescono nel rancore». Samar non vorrebbe occuparsi di politica ma la situazione in cui viviamo la costringe a prendere decisioni, a schierarsi contro la violenza e l’odio da ogni parte.
Lei continua ad educare i suoi ragazzi al rispetto, i suoi ragazzi non imparano a lanciare pietre e ad agire nella violenza, Samar crede nel confronto, nel dialogo, aborrisce l’odio che viene instillato dai media contro la pace e contro Israele: «Tutto questo non porta a nulla!».
C’è qualcosa che è più noi di noi
Le chiedo di raccontarmi com’è diventata Memores e con uno sguardo speciale… come avevo sentito negli occhi di certi miei amici di Nazareth che percorrono la stessa strada, mi dice: «Ah, questa è una porta che ha aperto D-o per me», e mi viene un brivido… perché quando si parla di porte che D-o apre per far entrare certe persone speciali in situazioni così belle, ho l’impressione che sia lo stesso D-o con nomi diversi!
Mentre Samar descrive la sua vita sembra di vedere gli angeli di cui parla. «La nostra vita è sempre stata un disegno di D-o… noi facciamo tutto ma è Iddio che ci ispira e Don Giussani (e una grande dolcezza le si dipinge in viso) lo dice: “C’è qualcosa che è più noi di noi…”». La loro vita è stata colma di ostacoli, creare questo orfanotrofio è divenuta la ragione della loro esistenza, a costo di sacrifici, di rinunce, di lotte. Proprio in questi giorni, a Betania, si gettano le basi per “La Casa di Lazarus”, che sarà un orfanotrofio solo per bambine che fino ad oggi non erano accettate. Quando le chiedo se i bambini vanno a Messa o se vengono loro insegnati i principi del cristianesimo, mi risponde: «No, i miei genitori si sono sempre chiesti: in che lingua piange un bambino? Noi dobbiamo proteggerli e aiutarli a farli crescere in un ambiente sano, questa è la cosa più importante. Un bambino cristiano o musulmano è sempre un bambino. Non si possono mandare bambini a Messa con le lacrime agli occhi… Gesù non era così, Gesù aveva qualcosa che attraeva coloro che lo circondavano, perché aveva un cuore. Gesù ha toccato il nostro cuore e così noi agiamo».
Parliamo per tre ore che volano come un soffio. Samar ci racconta del suo viaggio in Sicilia, del “Meeting del Mediterraneo” organizzato da Cl dove arriva in seguito ai racconti della sorella che vive in Olanda, di come scopre che «questa non è un’amicizia di un giorno ma un’amicizia per la vita», della sua testimonianza sull’orfanotrofio, del suo incontro avvincente con don Ciccio, il suo padre spirituale, nel ’90, e dell’entrata fatidica in una casa di Memores che colora di nuove sfumature e di nuove consapevolezze la sua vita. Samar non sapeva nulla dei Memores, pur frequentando da tempo Cl nessuno le aveva mai parlato di loro: «D-o voleva farmi una sorpresa!». Da tempo vivevo così dedicandomi agli altri e a D-o… senza sapere che questo era il mio destino.
Parliamo tanto e di tutto, le pongo domande difficili sulla differenza di cultura tra noi ebrei, i cristiani e i musulmani. I bambini dell’orfanotrofio sono tutti musulmani perché le case dei cristiani sono più ordinate, più pulite, anche se non sempre le famiglie sono benestanti, un cristiano si sposa con una donna e fa due, tre, quattro figli, i musulmani sposano tre o quattro donne e fanno 20 figli, se ripudiano le donne o divorziano a volte abbandonano i bambini.
Quando arriva la madre, Alice, ci sediamo a tavola, la conversazione continua allegra, piena di storie. «Di quando gli arabi e gli ebrei si volevano ancora bene», dice Alice sorridendo, l’aria è piena di quegli odori inconfondibili di Gerusalemme, di spezie, di gelsomino e di speranze. Prima di andare riceviamo una piastrella dipinta a mano con una colomba e l’iscrizione Salam, pace. Abbracciamo tutti e ci incamminiamo con Samar verso l’uscita dalla Gerusalemme palestinese e il rientro in quella israeliana con tante risposte a tante domande e, come scrive il poeta israeliano Natan Altermann, «il resto verrà narrato dalla storia!».
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