Legge Bossi-Fini. I dubbi di Artan

Di Muca Clirim
27 Giugno 2002
Puntualmente, come sempre, dopo l’ennesima legge sugli immigrati mi arriva la telefonata di Artan

Puntualmente, come sempre, dopo l’ennesima legge sugli immigrati mi arriva la telefonata di Artan. Lui è albanese, da dieci anni in Italia, muratore molto ricercato nel suo campo, adesso sta lavorando alla ristrutturazione di una villa da qualche parte in Toscana. Pippo Baudo e Artan rischierebbero di non comprendersi se si incontrassero un giorno, perché Artan parla solo in dialetto: bergamasco, milanese, fiorentino. Artan ha fatto carriera. Ha cominciato a lavorare in Italia come manovale; adesso fa l’imbianchino, il piastrellista, il muratore, l’idraulico. Lui è capace di fare un impianto idraulico, ma poi deve chiamare un italiano iscritto al Rec, pagandolo profumatamente, per fargli rilasciare il certificato richiesto dalla legge per l’impiantistica. Artan si iscriverebbe volentieri alla Camera di Commercio come idraulico, ma non può. È un clandestino. In perfetto milanese lui dice sempre: «Chi gira el cül a Milan, gira el cül al pan». È il suo precetto nella vita. Se parte da Milano prima o poi torna. Solo che è un po’ sfortunato: ogni qualvolta che parte per l’Albania, per vedere i suoi – perché Artan è sposato e ha due figli – qui ci sono le sanatorie. È stato così con la Legge Dini. Lui tornò appena poté con i gommoni. Aveva anche chi lo assumesse, ma non aveva nessun documento che dimostrasse che lui era in Italia da prima dell’entrata in vigore della Legge. «Cosa vuoi? – diceva rassegnato Artan – sono stato tradito dal mio proprio corpo». Tutti questi anni in Italia, mai che mi fossi ammalato una volta, neanche un’appendicite, come prova sarebbe stato più che sufficiente, un ricovero in ospedale.
E invece niente. Dopo la sanatoria per un po’ di tempo Artan cominciò a viaggiare sugli autobus senza biglietto collezionando multe Atm, con tanto di nome e cognome, con indirizzi di scuole e Parrocchie come residenza. Una addirittura la pagò. Tutto questo per raccogliere prove della sua presenza in Italia, in vista di una futura sanatoria. Quando venne approvata la Legge Turco-Napolitano si trovava in Albania perché suo padre non stava bene. Seguì l’avventura del viaggio di ritorno, con vari tentativi in gommone. Non riuscì a presentare la domanda nei tempi previsti. Si rassegnò al suo destino. Qualcuno gli proponeva permessi regolari rilasciati dalla Questura a volte di Bari, a volte di Napoli, altre di Palermo o Catania. Il prezzo era alto: cinque, dieci milioni. Con la nuova sanatoria sperava Artan. Persino il suo amico italiano, muratore anche lui, voleva fargli i documenti come domestico o anche come badante. Ma sarà difficile passarlo per un domestico. Basta guardargli le mani: piene di calli. Basta guardarlo in faccia: la faccia cotta dal sole di uno che sta sui tetti. No, non somiglia a una “badante” Artan. Con la nuova legge sull’immigrazione mi sembra impossibile per tutti gli Artan d’Italia che lavorano sodo, da onesti, mettersi in regola.

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