Feste popolari (col santo in spalla)

Di Feyles Giuseppe
11 Luglio 2002
Con l'arrivo dell'estate si moltiplicano le feste popolari e tradizionali. Si tratta di un patrimonio straordinario della storia cristiana d'Italia, diffuso ovunque e concentrato soprattutto in tre periodi: il Natale, la Pasqua e, appunto, l'estate

Con l’arrivo dell’estate si moltiplicano le feste popolari e tradizionali. Si tratta di un patrimonio straordinario della storia cristiana d’Italia, diffuso ovunque e concentrato soprattutto in tre periodi: il Natale, la Pasqua e, appunto, l’estate. Città intere che si riversano in piazza dietro le reliquie della propria santa, come per Sant’Agata a Catania o per Santa Rosa a Viterbo; mesi di lavoro per decorare i carri processionali, come per la Festa della Bruna di Matera; ricorrenze attese con trepidazione, come a Cerveno in Valtellina, dove la sacra rappresentazione della “Santa Cruz” si ripete solo ogni dieci anni; passioni da stadio, come nella corsa dei Ceri di Gubbio; tradizioni faraoniche, come Santa Rosalia a Palermo, o semplici, come i riti dei morti degli italo-albanesi. La cultura liberale e laica, per anni, ha snobbato questo fenomeno. Il populismo di sinistra, come al solito, lo ha inquinato con la cappa delle sue artificiose analisi sociologiche. Oggi gli assessorati alla cultura, di un colore e dell’altro, le riscoprono furbescamente, intuendone le potenzialità turistiche. Libri, articoli e trasmissioni televisive se ne occupano diffusamente (si veda ad esempio “Gentes”, in onda in questo periodo su Retequattro). Ma cosa c’è veramente dietro questa enorme mobilitazione di persone, di energie, di risorse economiche? C’è, innanzitutto, la storia. Ognuna di queste feste nasce da un fatto, da un evento “memorabile” (una conversione, un miracolo, un martirio, l’arrivo di un santo) che una comunità conserva, cura, arricchisce con la propria sensibilità e cultura. Poi c’è il senso di appartenenza. Il singolo è se stesso dentro una confraternita, una contrada, un gruppo. Essere di parte è essenziale, con buona pace del moderno ideale di neutralità. Infine c’è il senso della carnalità dell’ideale: dal Santo bisogna andare fisicamente, poi abbracciarlo, toccarlo, baciarlo. Dunque, nelle feste popolari più autentiche sembrerebbero rivivere dimensioni della fede oggi dimenticate: la storicità, la comunitarietà, la concretezza. Ma non sempre è così. Ancor più della spettacolarità delle manifestazioni, talvolta impressiona la mancanza di consapevolezza in chi vi partecipa, il vuoto di motivazioni, la disarmante meccanicità con cui il passato “deve” ripetersi. Domandate a chi sta portando con fatica la Vara del Santo sulle spalle perché lo fa: nell’ottanta per cento dei casi risponderà solo con un generico richiamo alla “tradizione”. L’estate è il periodo in cui viene portato al parossismo il festeggiamento fine a se stesso, cioè senza motivo, fatto solo di istintività e alienazione. Da questo punto di vista il rischio dell’incoscienza accomuna tutte le feste: quelle della devozione popolare, gli “sballi” dei nuovi vitelloni di riviera, le serate degli assessorati alla cultura, fino a quelle ipocrite, di cui non importa a nessuno (ma non si può dire) come la festa della donna o della Repubblica. Il Cardinal Biffi paventò persino per il Giubileo il rischio di diventare una festa senza festeggiato, cioè senza Cristo. Il confine tra festa e folclore è tutto qui: nella presenza o meno di qualcosa di vero, e vivo, da festeggiare.

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