Cocalero, nemico pubblico n. 2
Da quando il blocco sovietico è andato a carte quarantotto, gli Stati Uniti non avevano mai veramente deciso se il loro nuovo nemico strategico principale era la droga o il terrorismo. Anche se poi in realtà la sfumatura non è poi così marcata, visto che ormai tutti i gruppi terroristi si finanziano col narcotraffico e tutti i narcotrafficanti si difendono dalle inchieste a colpi di terrorismo… Dall’11 settembre, però, l’amministrazione Bush ha stabilito che era il terrorismo il nemico principale. E ora, nei prossimi mesi e anni un diluvio di droga pesante si prepara a rovesciarsi sugli stessi Stati Uniti, e su tutto il resto dell’Occidente. Il campanello d’allarme più rumoroso arriva dalla Bolivia, dove il voto del 30 giugno ha visto qualificarsi per il ballottaggio Evo Morales: non solo uomo di una vociferante sinistra no global e indigenista, ma anche storico leader delle mobilitazioni dei piccoli produttori di coca contro i vari piani di “sradicamento” voluti dai differenti governi che si sono succeduti a La Paz (vedi box). Quasi certamente, alla fine in Congresso la spunterà il candidato centrista Gonzalo Sánchez de Lozada ma il Movimento al Socialismo di Morales con 35 deputati su 130 sarà comunque il secondo partito, appoggiato sulle piazza da una federazione sindacale cocalera che conta su ben 45.000 famiglie, e che già in passato, quando Morales era solo in Congresso, mostrava la sua capacità per paralizzare il Paese con marce e blocchi stradali. La Dea, la potente agenzia di lotta anti-droga Usa, non sarà forse cacciata dalla Bolivia, come aveva promesso Morales in caso di sua vittoria. Ma anche un presumibile governo Sánchez de Lozada non sarà comunque abbastanza forte da poter continuare con la politica di sradicamento forzato. Lo stesso leader moderato parla della necessità di un «governo di unità nazionale» in cui dovrebbe sedere pure Morales. Anche in Perù la minaccia dei cocaleros locali di scendere in piazza a loro volta ha portato all’abbandono di soppiatto dello sradicamento forzato e dello sviluppo dei programmi di raccolti alternativi nell’Alto Huallaga e nella valle di Apurímac. Interpellato dagli allarmatissimi americani, il governo Toledo ha risposto che «i programmi sospesi saranno ripresi il più presto possibile». che tradotto significa: «mettete mano ai dollari, o non se ne farà più niente!». In Colombia, col prossimo insediamento di un presidente eletto a furor di popolo per farla finita con la guerriglia delle Farc, la lotta al terrorismo prende il sopravvento su quella alla droga. Per evitare di creare consenso attorno alle Farc e ai paramilitari di destra il nuovo governo dovrà cercare di non inquietare troppo i piccoli produttori indipendenti. Carlos Gustavo Cano, probabile prossimo ministro dell’Agricoltura, ha detto che il nuovo governo continuerà le fumigazioni aeree solo contro le piantagioni di coca oltre i tre ettari. I pesci piccoli saranno dunque lasciati in pace…
Se c’è domanda, c’è offerta
Si era già visto come la guerra frontale al narcotraffico non interrompeva i flussi di droga ma li spostava solo. Nemmeno la pressione sui Paesi chiave regge più di tanto, la politica di attacco all’offerta della droga è fallita: finché ci sarà domanda nel mondo sviluppato, ci sarà sempre chi a questa domanda cercherà di rispondere. Il problema non più aggirabile è quello di agire sulla domanda. Se con una politica educativa muscolosa di droga zero in casa nostra o con la liberalizzazione antiproibizionista, questo è un dibattito ulteriore, che evidentemente sarebbe il momento di incominciare. Ma senza illudersi di eluderlo con lo scaricare i costi di questa elusione sul Terzo Mondo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!