Il Castello

Di Simone Fortunato
18 Luglio 2002
“Il grande Robert è ora che se ne vada in pensione”

In una prigione militare, un generale organizza una rivolta contro il direttore violento e privo di scrupoli.

A sessant’anni bisognerebbe evitare almeno due cose: molestare i bambini e girare film del genere, film muscolari e con poco cervello. Robert Redford, di anni ne ha sessantacinque e non è uno stupido. Ha lasciato un segno nella storia interpretando film memorabili (La stangata, I tre giorni del Condor), ha diretto un pugno di film anche buoni (In mezzo scorre il fiume, L’uomo che sussurrava ai cavalli), ne ha prodotti altrettanti, inventando anche un Festival (Sundance). è affermato e non ha bisogno di soldi. Perché fare un film del genere? Perché interpretare il solito thrillerino con le solite facce da cattivo, le solite situazioni da caserma, i soliti colpi di scena. Perché ostinarsi ad essere l’eroe buono, biondo e (almeno un tempo) bello, senza macchia e senza paura, provvisto di coraggio e fascino? Forse per sfoggiare un fisico non privo dei segni del tempo. Strano e brutto, Il castello. Strano, perché l’idea di partenza è buona avrebbe meritato miglior sorte. Brutto, perché infarcito di tutti i cliché carcerari. Dal direttore aguzzino, alle guardie sanguinarie, al detenuto fragilino e destinato ad una brutta fine.

di R. Lurie
con R. Redford, J. Gandolfini

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