gli usa tagliano i fondi alla lobby contraccetiva. La Ue li aumenta

Di Gaspari Antonio
01 Agosto 2002
Nel silenzio dei media europei (e italiani, cattolici compresi), settimana scorsa il presidente americano Bush

Nel silenzio dei media europei (e italiani, cattolici compresi), settimana scorsa il presidente americano Bush ha annunciato un cambiamento radicale della politica demografica statunitense. Per la prima volta negli ultimi trenta anni, il Governo Usa dice “No” alle politiche di controllo demografico e taglia i fondi destinati all’Unfpa, il fondo delle Nazioni Unite che promuove e applica i programmi di controllo delle nascite. Il presidente Bush, attraverso la Segreteria di Stato, ha bloccato i 34 milioni di dollari che, in un primo momento, il Congresso aveva destinato al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa). E lo ha fatto nel rispetto di una legge degli Stati Uniti, il Kemp-Kasten Amendment, per la quale: «nessuno stanziamento […] può essere assegnato ad alcuna organizzazione o programma che, come stabilito dal Presidente degli Stati Uniti, sostenga o prenda parte alla gestione di un programma di aborto forzato o di sterilizzazione non voluta». Lunedì 22 luglio il portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher, nell’annunciare la decisione, ha infatti sostenuto che il provvedimento è stato reso necessario in quanto «una parte dei soldi dell’Unfpa finisce alle agenzie cinesi che mettono in atto programmi di pianificazione familiare coercitivi» tra cui l’aborto. Sul banco degli accusati, l’appoggio dell’Unfpa alla politica del figlio unico della Repubblica Popolare Cinese. Boucher ha presentato i risultati forniti da una commissione di indagine del Dipartimento di Stato che a maggio era stata inviata in Cina, dove la Commissione ha riscontrato che vi sono leggi secondo cui «la nascita di un bambino che violi la politica governativa di pianificazione familiare determina una imposizione fiscale di 2 0 3 volte il reddito annuale delle due parti coinvolte» il ripetersi dell’infrazione raddoppia l’ammenda. Ma al di là dell’indagine del Dipartimento di Stato, a provare gli abusi del regime cinese ci sono i risultati di una investigazione privata condotta in Cina da Steve Mosher, presidente del Population Research Institute. Filmati, interviste audio/video, fotografie, testimoniano con grande evidenza casi di aborto forzato, sterilizzazioni non volute e altri soprusi. Le violazioni non riguardano solo il diritto alla vita ma l’intero corpo dei diritti umani. In proposito, il Population Research Institute ha raccolto testimonianze su una ragazza 19enne obbligata all’aborto perché troppo giovane per procreare secondo la legge; su donne che rifiutano di abortire dopo il primo figlio punite con la distruzione della casa e l’arresto dei familiari; sull’obbligo alle donne cinesi di sottoporsi a quattro ispezioni annuali per garantire l’uso di dispositivi intrauterini. I 34 milioni di dollari non erogati all’Unfpa verranno destinati all’Usaid’s Child Survival and Health Program Fund, cioè assegnati per la salute e la sopravvivenza dei nascituri.
L’amministrazione statunitense vuole sostituire i «servizi per la salute riproduttiva», con programmi per «cure di medicina della riproduzione». Questo significa che dovranno essere favorite le nascite piuttosto che i mezzi chimici e chirurgici abortivi. Paradossale il comportamento dell’Unione Europea, che per mantenere la promessa fatta l’anno scorso dal commissario europeo per lo sviluppo Paul Nelson di intervenire in soccorso dell’Unfpa nel caso gli fossero stati cancellati i finanziamenti americani, coprirà il buco creatosi dopo la decisione di Bush con un contributo di 32 milioni di euro. Così i soldi dei contribuenti europei andranno a finanziare i piani di “colonialismo contraccettivo”. Claudio Damioli e Antonio Gaspari

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