Europa-Usa, destini incrociati

Di Degli Occhi Alessandro
22 Agosto 2002
L’economia americana è in mezzo al guado e il sistema internazionale ne risente. L’Europa senza peso politico, il fantasma della guerra in Iraq. Come finirà?

Il rallentamento dell’economia statunitense, la bolla finanziaria che ha spedito nel dimenticatoio i fasti della new economy, gli attentati dell’11 settembre e la guerra in Afghanistan. è stato un rapido susseguirsi di eventi che nel giro di un paio d’anni ha scosso a fondo l’intero sistema economico internazionale. Ma nel secondo semestre del 2002 – ci rassicuravano autorevoli osservatori europei ed americani – si sarebbe dovuta innescare una graduale ripresa e l’uscita dal tunnel si sarebbe fatta più vicina. Niente da fare. Sulle fragili certezze di Wall Street e delle Borse europee si è abbattuta come un fulmine una lunga teoria di scandali contabili e di cattiva gestione che ha coinvolto importanti società europee e statunitensi. Il caso Enron-Andersen ha aperto la strada, mettendo al tappeto in un batter d’occhio il colosso texano dell’energia (Enron) e una delle maggiori società di revisione contabile del mondo (Arthur Andersen). Ma è stato solo l’inizio: a ruota libera sono arrivati altri episodi clamorosi come quelli del gigante delle telecomunicazioni WorldCom e del gruppo Vivendi, in Francia. Neanche la Germania è stata risparmiata: Ron Sommer, presidente di Deutsche Telecom, ha dovuto gettare la spugna dopo sette anni di leadership, lasciando la società di telecomunicazioni tedesca con un debito di 67 miliardi di Euro. Cos’è accaduto? Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve Usa, va giù duro e parla di ingordigia delle grandi corporation americane, di scarso senso di responsabilità e di manager furfanti. Luigi Spaventa, presidente della Consob, usa invece una metafora da infettivologo e parla di “Enronite” una malattia che colpirebbe le grandi società che aggirano con disinvoltura il sistema dei controlli legali e che hanno una contabilità poco trasparente. Non è una storia nuova però: già tre anni fa nel suo libro Turbo-Capitalism, il politologo americano Edward Luttwak, certamente non sospettabile di posizioni anti-liberiste, parlava con preoccupazione di un impersonale capitalismo finanziario e d’impresa che sacrificava ogni obiettivo sociale, politico e culturale in cambio di guadagni immediati ottenuti senza scrupoli. Un profeta in patria? «Indubbiamente gli scandali di questo periodo stanno dando un colpo ulteriore all’economia Usa» – ci dice Enrico Sassoon, direttore della Camera di Commercio Americana in Italia. «Ora il Senato degli Stati Uniti ha approvato una serie di provvedimenti che dovrebbero risultare più restrittivi di quelli annunciati dal presidente Bush. Certamente la necessità di aumentare i controlli è evidente. I dirigenti, specie in America, godono di privilegi come le stock options e i bonus che sono legati ai risultati di breve periodo e all’andamento delle azioni in Borsa, per cui hanno un interesse personale a giocare sui bilanci per fare emergere utili che non ci sono. Anche se non sempre si è trattato di vicende decisamente illecite, in molti casi ci sono state pratiche contabili troppo disinvolte. E in certi casi erano addirittura ammesse dalla legge. Questo però ha influito in maniera determinante sui corsi azionari, gli investitori non erano stati affatto informati. Si è creato così un effetto micidiale nei confronti dei risparmiatori. La strada che si è presa ora, comunque, porterà a maggiori controlli sugli amministratori e, in caso di illecito, al raddoppio delle sanzioni, anche di tipo penale». Ma purtroppo le conseguenze di questa bufera non si fermano sulle coste americane: «L’economia mondiale è ormai ultra-dipendente dagli Stati Uniti – sostiene Stephen Roach, analista della Morgan Stanley Dean Witter, la società multinazionale che offre servizi finanziari in tutto il mondo». «L’economia americana – continua Roach – contribuisce al Prodotto Interno Lordo mondiale per il 40%». Le ricadute sull’Europa e gli altri Paesi industrializzati sono dunque già dietro l’angolo? «Beh, questo è ormai risaputo – ci conferma Sassoon. Già dai primi anni del ‘900 si diceva che se l’economia americana si prende il raffreddore, le altre si prendono la polmonite. è questo è vero ancor di più oggi. Il dato di contribuzione degli Usa al Pil mondiale è verissimo. Così come è anche vero che il Giappone, da solo, “pesa” sul Pil per il 10%. Quindi qualunque cosa accada in questi Paesi si farà poi sentire altrove…”.

Il peso dell’Europa
E qui si apre il problema dell’Europa. Sulla carta il nostro continente potrebbe essere una potenza di livello planetario. Quasi 380 milioni di abitanti, un territorio immenso che ora sta per includere nei propri “confini” anche la Russia insieme ai diversi Paesi dell’ex “Cortina di Ferro”. Un’economia tutto sommato prospera che annovera grandi imprese di livello internazionale. Un gigante economico insomma, ma anche un lillipuziano dal punto di vista politico-militare. L’idea degli Stati Uniti di Europa è ben lungi dal realizzarsi perché manca una vera unità politica e – notano gli osservatori – anche linguistica. L’unico punto di riferimento certo sembra essere la Banca Centrale Europea (Bce). «Il comunismo è morto – scrive ancora Luttwak – il socialismo è stato ripudiato dagli stessi socialisti e sempre meno persone in Europa credono nella religione cristiana. Ma nonostante tutto sembra che una nuova religione (fanatica) – praticata anche in America – sia riuscita a sostituire tutti questi credo: il culto della banca centrale». E «bisogna anche stare attenti a definire l’Europa un gigante economico – sottolinea Sassoon. è vero che l’Unione Europea ha rafforzato il proprio ruolo e le proprie istituzioni, fino al varo, di importanza storica, di una moneta unica. Però non bisogna farsi confondere dal fatto che l’euro ha ripreso quasi il 20% del suo valore rispetto alla parità iniziale del 1999. Allora ci volevano circa 1,2 dollari per comprare un euro, poi si era scesi a circa 80 centesimi. Adesso siamo quasi alla parità o sopra. Ma questo non deve far pensare che ciò accada perché è stata l’Europa a rafforzarsi. è stato l’indebolimento dell’oro. Anche questo fatto avrà riflessi su di noi: gli Stati Uniti sono il maggiore importatore mondiale e la debolezza del dollaro significa che importeranno di meno perché pagheranno di più…».

Un’incognita chiamata Iraq
Ma anche il dato finanziario non esaurisce le incognite del prossimo futuro: sullo scenario dei prossimi mesi e sugli equilibri dell’economia internazionale incombe anche l’ombra di una guerra all’Iraq o comunque di operazioni militari contro quelli che Bush ha definito gli “Stati canaglia” ossia quei Paesi che la Casa Bianca ha individuato come i sostenitori diretti o indiretti del terrorismo internazionale. Su questo tema si registrano le previsioni più diverse: da quelle più catastrofiche che vedono un Occidente in ginocchio per la crisi petrolifera che ne deriverebbe, a quelle più tranquillizzanti che parlano di conseguenze estremamente limitate. Secondo il Centro Studi della Banca di Roma, per esempio, lo scenario che viene ritenuto più probabile (89%) in caso di attacco all’Iraq, prefigura un atteggiamento della Russia e dell’Arabia Saudita che accettano, con più o meno entusiasmo, l’intervento americano. «In conclusione le probabilità di un ennesimo shock petrolifero – sostengono gli esperti della Banca di Roma – sono molto basse. La strategie dei due maggiori protagonisti del mercato petrolifero rendono infatti più probabile un atteggiamento cooperativo che stabilizzi il prezzo del petrolio. Nel lungo periodo, poi, la posizione più debole sembra essere quella dell’Arabia Saudita: la Russia potrebbe ben presto divenire il playmaker del settore, rendendo ancora più insostenibile la politica della famiglia reale saudita e indebolendo il ruolo dell’Opec». Tutto tranquillo, dunque? «Beh, in caso di guerra ci sarà certo un contraccolpo emotivo immediato – rimarca Sassoon. Non mancheranno le preoccupazioni, soprattutto perché parliamo di un Paese petrolifero importante come l’Iraq. Anche in questo caso, però, abbiamo già visto in passato che le conseguenze sul prezzo del petrolio sono state molto limitate. Il prezzo del petrolio può aumentare di 5 dollari o 6 dollari al barile, salire fino a 20, 25 anche 30 dollari. Tuttavia rispetto alla crisi petrolifera del 1973 o del ‘79, c’è una differenza notevole. Infatti la dipendenza dal petrolio arabo non è così netta come in passato.
Negli ultimi 20/30 anni ci sono stati tre fatti molto importanti: in primo luogo si è passati dal petrolio ad altre fonti energetiche (nucleare, ndr). In seconda battuta si sono diversificate le fonti di provenienza del petrolio stesso. Si pensi per esempio ai giacimenti inglesi e norvegesi nel Mare del Nord, ai nuovi giacimenti russi e dell’Asia centrale, a quelli in America Latina e in Messico… Il terzo fattore è rappresentato dall’efficienza perché dobbiamo ricordarci che, per esempio, nel 1970 un automobile americana faceva 3 chilometri con un litro e oggi ne fa almeno 10 o 12. Un automobile europea faceva 5 Km con un litro, oggi ne fa anche 20/25. Per tutti i macchinari e gli apparati tecnologici, in sostanza, si è puntato sull’efficienza e quindi farli funzionare costa molta meno energia». In sostanza ritengo che il sistema economico globale sia solido e reggerà le sfide che ha dinnanzi. Certo è divenuto molto integrato, molto interdipendente. Si è scoperto che molti meccanismi non hanno funzionato e che molte organizzazioni internazionali non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare. Si tratta però di migliorare con determinazione questo tipo di governance. Ripeto il sistema è compatto. Anche perché tutti quelli che non ne fanno parte non vedono l’ora di entrarvi. Dalla Cina alla Russia nel Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio) fino a tutti gli altri Paesi in via di sviluppo. Non sono affatto d’accordo, quindi, che siamo in presenza di un “mondo sempre più fragile”, mi sembra piuttosto che ci siano dei problemi. Che comunque che si possono affrontare».

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