Industria stracciona

Di Da Rold Gianluigi
22 Agosto 2002
Il Made in Italy pesante lo controllano gli stranieri. Il resto sono briciole. Flash da un Paese all’avanguardia dell’arretratezza

Esistevano in Italia, un tempo, i “padroni delle ferriere”, che il bravo Scalarini ha immortalato in vignette memorabili. Oggi non esiste nemmeno più quel tipo di capitalista, un po’ becero, grasso e furbacchiotto. Stiamo parlando dei grandi industriali, quelli che avrebbero trascinato l’Italia fuori dal mondo agricolo e l’avrebbero introdotta nel mondo industriale. Giusto a un secolo dal “decollo” dell’industrializzazione, oggi l’Italia si trova senza una grande industria, sia quella tradizionale privata, sia quella che ha caratterizzato l’ultimo cinquantennio, l’industria pubblica, a partecipazione statale.

Crisi fiat, una spia rossa per tutti noi
I grandi media “glissano”, scivolano via su questo fatto, che è drammatico in verità, perché un paese che non ha una grande industria è destinato, pur nella vivacità delle miriadi di piccole e medie imprese, a diventare una sorta di supermarket. L’elenco dei marchi di grande industria italiana, passati in mani straniere, è lunghissimo. Inutile ricordarli tutti. Il problema è emerso nel momento in cui, roba di questi ultimi mesi, è esplosa in tutta la sua ampiezza la crisi della Fiat.
Ma si sa che da anni, la grande casa torinese è destinata all’americana General Motors malgrado le ostinazioni un po’ ridicole dell’Avvocato.
E non solo le ostinazioni, perché quello che lo Stato (cioè tutti noi) ha dato alla Fiat pareggia gli utili dei dividendi degli azionisti: qualche cosa come undicimila miliardi. In fin dei conti, la crisi Fiat è la “spia rossa”, quella che spiega che sei in panne, di tutta la grande industria italiana. Pensiamo solamente alla chimica. Un tempo, l’Italia era leader in otto settori della chimica (qualcuno si è dimenticato che qui c’è stato un premio Nobel di nome Giulio Natta) e contava su Eni, Montecatini e poi Montedison, Sir. Non è rimasto nulla agli italiani. L’Eni è controllata dai francesi, dopo una privatizzazione alquanto discutibile e in parte secretata, Montedison è sparita per far posto agli stessi francesi e in parte agli arabi. L’industria siderurgica italiana, realisticamente, si chiama Mannesmann.
Tutto il settore alimentare è in mano di svizzeri, olandesi e francesi. La grande distribuzione è pure francese nella maggior parte. Anche le infrastrutture sono destinate a olandesi e tedeschi. Che cosa resti di “grande” agli italiani ormai è un mistero.
La riprova? Leggere Fortune, la sua classifica. Il primo grande gruppo italiano è al quarantaseiesimo posto: le Assicurazioni Generali. Naturalmente nessuno scrive e dice niente.

Le sorprese di De Benedetti
Dimeticavamo di parlare di Olivetti. Ma non c’è più dopo i colpi a sorpresa dell’ingegner De Benedetti. Il residuo industriale di Omnitel è stato inglese, poi dell’onnipresente Mannesmann e infine ricomprato, attaverso manovre tutte da verificare, dall’Enel. Insomma, che cosa resta? I grandi marchi della moda, che sono però in regressione e Leonardo del Vecchio con i suoi occhiali. Un po’ pochino si dovrebbe dire.

Capitani di sventura e provinciali sprovveduti
Questo tipo di panorama desolante potrebbe spiegare molte cose. Aveva forse ragione Giorgio Amendola, quando parlava di italiana “borghesia stracciona”? Probabilmente non aveva tutti i torti. Ma la spiegazione più interessante potrebbe venire dall’analisi dell’ultimo decennio, quando la grande industria italiana, dopo essere stata accusata di corruzione, pur essendo largamente assolta nei tribunali della Repubblica, ha preferito ammainare le bandiere dell’imprenditorialità e passare a quelle più comode della rendita. Le biografie industriali dell’ultimo decennio sono davanti agli occhi di tutti. Diciamo di più. Il compianto Marco Borsa, grande giornalista economico, aveva scritto proprio nel 1992, un libro dal titolo Capitani di sventura. Si riferiva a tutti i nostri borghesi, imprenditori, grandi industriali che non avevano combinato nulla e si beccavano sempre dei “provinciali sprovveduti” da Enrico Cuccia. Quel libro era tanto profetico, che gli uffici stampa delle grandi industrie, che stavano già pensando di ammainare bandiera, lo tolsero praticamente dalle librerie comprando tutte le copie. Andrebbe ristampato e avremmo così la fotografia di che cosa è realmente avvenuto negli ultimi dieci anni di storia italiana.

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