Processo politico? No teatro

Di Fumagalli Agnese
22 Agosto 2002
Quando il verdetto è l’ultimo atto di uno spettacolo pedagogico che mira a rafforzare il potere. Tesina di laurea di una studente del liceo “Don Gnocchi” di Carate Brianza

Nel processo politico, a tutti i suoi livelli, giocano un linguaggio, una mimica e spesso un’ambientazione curata e particolare. In effetti, un simile dibattimento trascende i normali canoni del diritto: non contano tanto l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato; non è in gioco la dimostrazione logica della sua colpevolezza, ma l’eco, il riverbero che il verdetto (in molti casi un’inevitabile condanna) avrà su tutti gli spettatori. Il verdetto si presenta quindi come un ultimo atto che “esce” dall’aula del tribunale per raggiungere interi popoli. In questi processi l’accusa è sempre di complotto contro lo Stato, di tradimento della Rivoluzione. Gli accusati si possono distinguere in tre tipologie: il semplice cittadino, il vecchio collaboratore, l’effettivo attentatore del potere. La condanna dei semplici cittadini viene utilizzata per intimidire e scoraggiare eventuali comportamenti non in linea con l’ideologia di Stato. È il caso di un processo filmato dalla Tv albanese negli anni ‘70, dove siedono imputati quattro giovani che hanno tentato di fuggire dal paese, accusati di tradimento. Il filmato riporta due scene: una parte dell’interrogatorio e la lettura della sentenza.
Le domande poste agli imputati riguardano i loro gusti musicali:
Procuratore – «Che musica preferiva? La musica leggera italiana, americana, tedesca, o la nostra musica popolare?».
Imputato – La musica leggera italiana e americana:
Nella scena seguente viene letto il verdetto:
la giuria ha deciso di giudicare colpevoli gli imputati (tutti tra i 20 e i 22 anni) per aver formato una organizzazione criminale contro lo Stato, con l’aiuto della quale hanno preparato la loro fuga all’estero.
È evidente che il montaggio del filmato non è casuale, è imposto a chi guarda un ragionamento: chi ascolta musica diversa dalla musica popolare, è un traditore. Un giudizio destinato a modificare la coscienza degli spettatori in merito a un’azione quotidiana come ascoltare musica.

La rivoluzione divora i suoi figli
«La Rivoluzione è come Saturno che divora atrocemente i propri figli», così diceva Danton nell’omonimo film di Waida. Parole drammaticamente profetiche per l’intera storia del Novecento. Basti pensare al terribile periodo delle purghe staliniane in Russia. L’eliminazione dell’accusato deve avere un grande “palco”, il processo, perché sia esempio della “purezza” della Rivoluzione, che non esita a eliminare anche i suoi in nome dell’ideale. Come nel processo Hazbiu, celebrato nell’ottobre 1982 in Albania, presso il Comitato Centrale del Partito Albanese del Lavoro. È accusato Kadri Hazbiu, ex ministro degli Interni dello stato albanese, per «essere venuto meno ai doveri affidatigli dal Partito». L’autore, il protagonista e il regista del processo è Enver Hoxha che, con un lungo discorso, mira ad influenzare l’uditorio senza però portare prove. Hoxha fa uso di slogan e affermazioni generiche alle quali non è possibile rispondere in nessun modo senza essere accusati di tradire la Rivoluzione; ricorre inoltre all’insulto per annichilire l’imputato. Prima del processo, i membri del comitato centrale, i giudici, vengono costretti ad appoggiare l’accusa contro Hazbiu; chi non si allinea corre il rischio di venir associato all’accusa di complotto. Nel processo essi rappresentano il “coro” di Hoxha. Entrano in scena solo per alcune battute e non fanno altro che aggiungere altri insulti a quelli del leader. Infine Kadri Hazbiu viene condannato a morte mediante fucilazione. All’annuncio del verdetto la sala applaude.

Il processo di Verona
Il processo di Verona si svolge nel gennaio del 1944, presso il Tribunale Speciale Straordinario, istituito con decreto di Mussolini e Pavolini. Gli accusatori sono i membri più radicali del partito. Gli accusati sono quelli che lo storico Gianfranco Bianchi definisce i “venticinqueluglisti”, ovvero coloro che nella seduta del 25 luglio 1943 hanno approvato l’ordine del giorno Grandi, citati in giudizio «per avere, in concorso tra loro, col tradimento dell’Idea, attentato a menomare l’indipendenza dello Stato».
I giudici, su proposta di Pavolini sono tutti nominati dal partito: i più importanti tra coloro che dimostrarono assoluta fedeltà al duce e all’Idea e che, dopo il 25 luglio, «ebbero a soffrire per la loro incondizionata dedizione alla causa»; gli altri sono luogotenenti e consoli della milizia o squadristi accaniti. Suggestivo è anche l’abbigliamento dei magistrati che, sotto abiti borghesi, indossano la camicia nera. In questo processo mancano le prove. Istituzionalmente, infatti, il Gran Consiglio era un organo collegiale e quindi non poteva di per sé erigersi a prova di “complotto” il mero fatto che singoli componenti di una plurisoggettività di pareri, richiesti e legittimamente dati, confluissero a formare gli addendi di un conteggio. Quando lo stesso ministro “repubblichino” della Giustizia obbietta a Mussolini che non esistono prove di collusione preventiva tra la monarchia e i membri del Gran Consiglio (l’unico reato punibile), il Duce risponde:
«Voi vedete nel processo solo il lato giuridico. Giudicate, in altri termini, la cosa come un giurista: io devo vederlo sotto il profilo politico. Le ragioni di Stato sommergono ogni altra contraria considerazione».
La nuova e debole Repubblica, per affermarsi, ha bisogno di questa epurazione. Il verdetto, per tutti gli imputati, tranne Cianetti (condannato a trent’anni di reclusione), è la condanna a morte. Poco prima, la pubblica accusa così aveva concluso la sua arringa: «Così ho gettate le vostre teste alla storia d’Italia; forse anche la mia, purché l’Italia viva».

Processo agli attentatori di Hitler
Il processo si svolge a Berlino, tra il dicembre del 1944 e il gennaio del 1945. Vengono processati gli attentatori di Hitler e i membri del circolo di Kreisau, dove era nata l’idea dell’attentato. Gli accusati sono il conte Claus Schenk von Stauffenberg, esecutore materiale, e gli altri partecipanti al complotto, nobili o appartenenti alle alte gerarchie dell’esercito. Tutti ammettono la loro colpevolezza, tacciono solo i nomi dei cospiratori non ancora scoperti, nonostante le pressioni e le torture. Il processo è guidato dal giudice Roland Freisler che indossa la divisa delle Ss ed è circondato da individui, personaggi minori, vestiti del suo stesso abito di scena.
Anche in questo caso il linguaggio di chi guida il processo (qui Freisler) è fortemente insultante:
«Il popolo tedesco ti sputa addosso! Tu ti trovi nel tribunale del popolo tedesco e il popolo tedesco ti sputa addosso!
Avevano buone ragioni, ottime ragioni! La tua anima è piena di pus! Tu puzzi traditore!».
Il verdetto prevede la condanna a morte degli imputati mediante fucilazione o impiccagione.

Quando l’accusato diventa accusatore
Un altro genere di processo politico è quello dove l’accusato compie un’azione contro la legge per vendicare azioni criminose che hanno avuto come bersaglio il suo popolo e utilizza il processo per rivolgere accuse al Sistema o agli organi internazionali e per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale. Avviene nel processo Schwartzbard, che si svolge a Parigi tra il 18 e il 26 ottobre 1927. Schwartzbard è accusato dell’omicidio di Simon Petlura, avvenuto il 25 maggio dell’anno precedente: è un ebreo dell’Ucraina e giustifica il suo atto indicando in Petlura il responsabile dei pogrom anti-giudaici che avevano avuto luogo in Ucraina durante la guerra civile prima della rivoluzione del 1917. Mostra quindi di essere stato costretto a compiere un atto di tale gravità per fare giustizia al suo popolo. Durante il processo, prende avvio una vasta campagna di stampa per portare a conoscenza il popolo francese dei pogrom e mobilitare quindi l’opinione pubblica. L’Humanitè pubblica in prima pagina, sotto il titolo “La tragèdie juive d’Ukraine”, un articolo sul processo Schwartzbard. Dal carcere, l’imputato scrive ai suoi fratelli e sorelle di Odessa:
«Fate sapere nelle città e nei villaggi di Balta, Proskurov, Cerkassi, Uman, Zitomi… Il sangue dell’assassino Petlura, sprizzato nella grande metropoli, Parigi… ricorderà il crimine feroce commesso contro il povero e abbandonato popolo ebraico». Il verdetto riconoscerà Schwartzbard non colpevole.

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