Qualcosa di (molto) simile
Muovendo da una indicazione di Robert Conquest, il saggio politico letterario Qualcosa di simile si domanda se sia plausibile che oggi possa ripetersi quanto accaduto nel passato, quando in Occidente ci si illuse che dal comunismo potesse nascere una svolta storica di concreto cambiamento verso la libertà.
A far porre questa domanda è stato il dubbio che non si stesse afferrando nella sua reale portata storica come una delle conquiste più grandi del nostro paese fosse stata l’alternanza democratica nata dal voto del maggio 2001. Sembrava che non si volesse capire, forse per pura ottusità politica, che era scattata una consapevolezza del paese verso il cambiamento democratico. E, infatti, una troppo sospetta insipienza politica e intellettuale scaturiva proprio da quelle forze che avrebbero dovuto rappresentare l’opposizione democratica. Non si trattava soltanto di ottusità politica. Comunque, una cosa è certa. Insipienza e ottusità si arroccavano attorno alla sinistra e in particolare a ciò che rappresenta il nocciolo della sinistra, il dopocomunismo. Questa è la realtà di oggi?, ci si domandava. E, allora, se le cose stanno così, ecco un’altra domanda da farsi: che cos’è il dopocomunismo? Una stagione, un’epoca storica determinata, un modo generico per individuare il periodo dalla caduta del Muro di Berlino, una sorta di locuzione, oppure questo termine usato in modo tanto indistinto può mimetizzare contenuti storici a cui, come accadde nel passato per il comunismo, non si pone la dovuta attenzione? Insomma, il dopocomunismo contiene una natura storica che può riportare al dispotismo, seppure sotto altre forme e metodologie? E se la contiene, quali le apparenze e le metodiche con le quali agisce? Questa realtà politica e storica, non essendo l’autore né uno storico, né un opinionista, viene osservata nel saggio Qualcosa di simile da un punto di vista letterario.
Post-comunismo di comodo
E, infatti, si presumeva che se il paese aveva votato l’alternanza, sarebbe stato lecito pensare a qualcosa di nuovo, per esempio, che fosse possibile, un po’ alla volta, nei tempi medi-lunghi, uscire dal vecchiume del consociativismo e da quello della falsa sinistra. Ma un tale cambiamento bisognava osservarlo anche nella realtà di tutti i giorni. E quale era la realtà italiana nel preciso momento seguito al voto? Era quella di una sinistra sbandata, maleficamente sbandata, arroccata attorno al comunismo, alla sua politica, alle sue scelte intellettuali. Pure se, logicamente, tutte impacchettate di post. Già da tempo si era cominciato a capire che questa faccenda del post-comunismo, faceva comodo a molti esponenti della politica e del potere. Il post-comunismo rappresentava un modo di attendere, di tirarla per le lunghe, di essere e non essere. Era insomma una valenza storica e politica che poteva coprire con una verniciata quella comodissima condizione del non essere e del non fare rappresentato dal consociativismo, figlio malandato, ma pienamente legittimo ed ereditario, dell’obsoleto compromesso storico. Nonostante il fenomeno secondo cui l’opposizione, invece di compattarsi fino a rappresentare un reale contenuto politico nella vita democratica, crollava (e crolla) nei più insulsi infantilismi socio-politici, la incuriosita attesa verso qualcosa in grado di trasformare la realtà politica italiana, cominciava ad avere un proprio respiro sociale, qualcosa di indipendente, di staccato dalla generica ufficialità dell’informazione.
Quando avvenne l’11 Settembre.
11 settembre. tutto come prima
Praticamente un’estate. Una manciata di giorni in cui ognuno si veniva a trovare in uno spazio storico straordinario, quello formatosi tra due eventi importanti: il voto democratico per l’alternanza e le Torri Gemelle di Manhattan. Insomma, una dimensione esistenziale si era venuta a definire storicamente, facendo nascere un problema culturale, come sempre avviene quando i tempi storici cambiano. Ci si sarebbe aspettata una apertura su ciò che era stata la nostra conquista attraverso il voto, quell’alternanza democratica tanto all’estremo opposto della violenza terroristica. Ecco una bella postazione per l’opposizione. Niente affatto. Dibattiti politici, interventi televisivi, articoli di fondo dei quotidiani, argomentazioni intellettuali sui problemi sociali, ognuno ignorava il dato dei due aspetti della realtà storica: voto democratico – terrorismo. Come se il problema non fosse esistito. E questo modo di fare informazione si è protratto sino ai nostri giorni. Così che sembra proprio che faccia comodo ritornare ad assopirsi lentamente, nell’avvolgente palude del consociativismo. Il sindacalista vecchia maniera fa comodo tenerselo come un rivoluzionario, il politico sdoganato da un Pci Anni Cinquanta lo si promuove a riformista. Intanto passa l’estate. Il fatto è che gli eventi storici non sono mai gratuiti. Si presentano, lasciano il conto e se ne vanno. (…) E, infatti, ancora non si era cominciata a respirare l’aria nuova dell’alternanza democratica, che già si programmavano scioperi generali, già si minacciava il Presidente del Consiglio di essere un despota, già si arringava fino agli infantilismi socio-politici che avrebbero portato ai girotondi, ai palavobis, alle miserie di intellettuali e scrittori italiani nelle manifestazioni culturali all’estero. Non era l’intelligenza storica dell’alternanza che afferrava l’occasione per venire alla luce, ma la miserabilità intellettuale e politica di questo modo di essere “opposizione” unicamente tesa a scardinare la scelta che il paese aveva fatto con il voto democratico del maggio 2001. Non restava che rafforzare, dunque, la miserrima concomitanza tra comunismo all’interno delle Istituzioni democratiche e organizzazione violenta delle manifestazioni di piazza. L’aggancio tra comunismo e terrorismo si presentava evidente. E ciò che è più triste, questa rappresentazione era recitata anche da quella sinistra che aveva avuto tradizioni democratiche fortemente legate al nostro paese. Nondimeno, nel conto dell’evento storico che ha coinvolto tutti noi, la dimensione enorme e dominante che si è venuta a formare è quella tra il voto democratico dell’alternanza e le Torri Gemelle di Manhattan. Maggio 2001 – 11 settembre 2201. (…) Ci si perdeva in questo cambiamento, quasi ci si trovasse in un territorio da una parte sconosciuto, ma dall’altra anche molto simile a quello che aveva determinato la condizione vissuta da intellettuali, uomini di cultura nel secolo scorso. Quando, appunto, essi avevano guardato al comunismo come ad una chiave verso la libertà, nascondendosi ingenuamente (ma talora con cinismo politico), che il comunismo non aveva nulla a che fare con la libertà, ma era una feroce dittatura di partito e di Stato. Qualcosa di simile avviene anche in Italia, oggi, qui da noi. Noi non abbiamo più una sinistra. Una forza sociale e politica, vale a dire, che nella libertà erediti le tradizioni culturali e politiche del paese. Non l’abbiamo più perché la componente sociale che avrebbe dovuta rappresentarla è divenuta infantile. Un infantilismo sociologico, culturale, generazionale, e quindi economico. Economia intesa come sviluppo, anche professionale. Questa intrinseca debolezza storica, ha fatto sì che la sinistra venisse fagocitata dal comunismo. Dall’organizzazione internazionale del comunismo, sottostando al suo dispotismo. Una realtà del secolo scorso, insomma. Assorbita nel comunismo, la sinistra è scomparsa. è questa la ragione di fondo per cui non si ha idea, oggi, di cosa significhi fare le riforme.
Rinascerà il comunismo?
Il termine dopocomunismo non ha più significato. In sé veramente non significa niente. Eppure, grazie allo spirito consociativo ci si è guardati bene dal dire quale possa essere realmente la natura del dopocomunismo. Cosa sia, cosa realmente rappresenti, chi abbia inventato questo termine. La storia ha sempre nascosto nel suo seno periodi stagnanti di rapporti di forza presentati come acque prive di flusso, melmose, senza significato politico.
Come tale si è considerato il tempo intercorso dalla caduta del Muro di Berlino in avanti. In realtà, il dopocomunismo ha una sua natura, che è identica a quella del comunismo, anche se, certo, con morfologia diversificata. Il dopocomunismo, infatti, ha respiro politico se si avvale della congiunzione sotterranea tra lavoro apparentemente costituzionale all’interno delle Istituzioni e movimenti di piazza. Due momenti, cioè, di falsa libertà. Boicottaggio con forme democratiche all’interno delle Istituzioni (tutte le Istituzioni), violenza di piazza camuffata da istanze e rivendicazioni democratiche. è un gioco gelido che questa nostra sinistra fa all’interno del paese. Non corrisponde alla coscienza di chi va a votare. Non ha correlazioni con l’economia di un paese che cambia e vuole cambiare. Non ha memoria, infine, del rapporto tra il patrimonio democratico accumulato dal dopoguerra in poi e la ricerca morale, etica, religiosa del vivere sociale. Una enorme conquista professionale degli ultimissimi tempi è stata la congiunzione tra informazione e storia. Dovrebbe essere logico ormai a tutti, specialmente a chi opera su questo alto livello professionale, come si corra il rischio di ricadere, per tramite del dopocomunismo, nel comunismo, anche se, ripetiamo, sotto altre specie politico e sociali. Dalle acque stagnanti del dopocomunismo, insomma, può rinascere il comunismo. Stiamo, dunque, vivendo qualcosa di simile senza accorgercene, o fingendo di non accorgercene? Sarebbe una domanda da non chiudere nel privato dell’informazione.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!