E non fateci più la lezione

Di Arrigoni Gianluca
05 Settembre 2002
Guarda, guarda: anche nel resto d’Europa i conflitti di interesse sono all’ordine del giorno. Gli amici di Chirac comprano i giornali, quelli di Schroeder i sondaggi

Parigi. Aldilà delle ipocrisie, degli strabismi e delle emiparesi su questioni come il conflitto d’interessi di questo o quello, che si tratti degli affari di Berlusconi o di quelli del sindaco di New York Michael Bloomberg, passando dai sindacalisti che votano delle leggi a favore di altri sindacalisti, l’influenza del potere sui media e viceversa non è una esclusiva del nostro paese e la crisi economica internazionale – cominciata negli ultimi mesi del 2001 e frutto, come tutti sanno, del malgoverno di Silvio Berlusconi e dei suoi ministri – permette di mostrare come le serie difficoltà di due importanti gruppi che nei media hanno degli interessi rilevanti, il gruppo dell’ultrasettantenne Leo Kirch, in Germania, e Vivendi Universal in Francia, abbiano dato il via ad aspre battaglie che non sembra trovino un limite di fronte ad un eventuale conflitto d’interessi. Il gruppo Kirch, virtualmente fallito, possiede attraverso la Taurus Holding, della quale detiene l’intero capitale, il 72,6% di KirchMedia che ha nel suo portafoglio il 52,5% di ProSiebenSat.1, la più importante catena televisiva privata tedesca, e fino a qualche tempo fa il 25% della televisione spagnola Telecinco. La Taurus Holding possiede inoltre il 69,8% di KirchPayTv, proprietaria al 100% della televisione via cavo a pagamento Premiere che ha tra i suoi azionisti principali, con il 22%, la BSkyB di Rupert Murdoch (dell’impero mediatico dell’australoamericano fanno parte tra l’altro, oltre agli studi cinematografici ed ai canali televisivi Fox, i quotidiani New York Post ed il londinese The Times). La Taurus Holding è proprietaria del 40% del gruppo “Axel-Springer” (la famiglia Springer possiede il 50%), editore del quotidiano più venduto in Germania, Bild. Kirch aveva ricevuto un prestito di 720 milioni di euro dalla Deutsche Bank dando in garanzia il 40% di azioni del gruppo Springer che aveva in portafoglio. Quando il gruppo Kirch fu dichiarato fallito la Deutsche Bank decise di vendere il 40% di azioni Springer sul mercato borsistico, ma in giugno Leo Kirch ottenne dai tribunali l’autorizzazione a cercare un acquirente entro la fine di agosto, scadenza in seguito spostata al 10 settembre, a pochi giorni dalle elezioni legislative tedesche del 22 settembre.

L’orso bianco nel deserto della Namibia
Questa manovra dilatoria sembra aver favorito il gruppo Waz (vicino ai socialisti dell’Spd), che possiede la Westdeutsche Allgemeine Zeitung, il più importante quotidiano regionale tedesco, ed è qui che appare quello che potremmo definire un possibile “conflitto d’interessi”, perché dall’autunno del 2001 a dirigere il gruppo Waz è Bodo Hombach, vecchio amico di Gerhard Schröder e ministro del suo governo fino al 1999. Freude Springer, vedova del fondatore del gruppo, Alex Springer, morto nel 1986, come già fece suo marito, non nasconde le sue simpatie per i centristi di Cdu/Csu e vede con preoccupazione il possibile ingresso del gruppo Waz tra gli azionisti; preoccupazione condivisa dai giornalisti del gruppo Springer – sarebbe come se l’Unità volesse diventare azionista di riferimento del Giornale o viceversa. La reazione viene da Mathias Döpfner, presidente delle edizioni Alex-Springer, che non solo ha dichiarato come il progetto di Waz contro Springer gli faccia pensare a qualcuno che vuole «dare la caccia all’orso bianco nel deserto della Namibia», ma presentando mercoledì 28 agosto il bilancio semestrale del gruppo, tornato in attivo dopo una pesante ristrutturazione, ha ricordato che il gruppo Springer possiede l’11,5% di ProSiebenSat.1 e che, in consorzio con le edizioni Bauer e la Commerzbank, potrebbe riuscire ad aggiudicarsi il gruppo KirchMedia, sempre che il gruppo Waz non riesca a chiudere l’operazione di conquista di Springer prima delle elezioni.

Dimmi che sondaggio hai e ti dirò chi sei
Il dubbio è legittimo perché il clima preelettorale è effettivamente incandescente ed i colpi bassi non mancano, come dimostrano gli strascichi del primo duello televisivo di domenica 25 agosto tra Edmund Stoiber e Gerhard Schröder. A sorpresa Schröder, notoriamente molto abile nei dibattiti televisivi, non è riuscito ad avere la meglio sul suo sfidante, anzi, è stato Edmund Stoiber che in diverse occasioni è riuscito a mettere in difficoltà il Cancelliere. Ma le polemiche non sono dovute direttamente allo svolgimento del dibattito televisivo ma sono state avviate da un sondaggio dell’istituto “Forsa” che, subito dopo il dibattito, aveva chiesto telefonicamente l’opinione di 2.237 telespettatori. Il risultato indicava come Schröder fosse apparso più convincente per il 57% dei telespettatori mentre solo il 35% aveva preferito Stoiber. Il mattino successivo queste percentuali sono finite sulle prime pagine dei giornali facendo reagire Thomas Goppel, il segretario generale della Csu, il partito di Stoiber, che ha dichiarato come quel sondaggio fosse da prendere con le pinze perché l’istituto “Forsa”, oltre ad avere ricevuto quest’anno dal governo federale 664.000 euro, è diretto da Manfred Güllner, membro dell’Spd, il partito di Gerhard Schröder. La Bild, del gruppo Springer, ha a sua volta reagito con un proprio sondaggio chiedendo a 164.178 dei suoi lettori chi dei due sfidanti si fosse mostrato più convincente; Stoiber ha raccolto il 75% dei consensi e Schröder solamente il 25%. Un ovvio risultato, sapendo che i favori di Bild, e probabilmente di una gran parte dei suoi lettori, vanno a Stoiber, ma l’episodio indica bene la tensione tra i due schieramenti.

Anche Chirac ha il suo conflitto
Passiamo in Francia dove Vivendi Universal, il colosso dei media, a causa dei troppi debiti deve vendere una parte dei suoi attivi, tra i quali Vup (Vivendi Universal Publishing), che ha in portafoglio titoli come il settimanale L’Express, che vende più di 400.000 copie ogni settimana. Per 300 milioni di euro, Vup è stato acquistato dalla Socpresse (la transazione sarà ufficializzata il 5 settembre), società proprietaria tra l’altro, al 95,1%, della Figaro Holding ed alla quale appartiene Le Figaro. La Socpresse qualche mese fa ha attraversato un periodo di difficoltà ed ha visto entrare nel capitale il gruppo Dassault, che ha acquisito il 30% della società (il 70% appartiene alla famiglia Hersant). Come Springer in Germania, Le Figaro, Valeurs Actuelles (proprietà di Dassault) e L’Express sono considerati vicini al centrodestra. Serge Dassault, grande amico di Jacques Chirac, dirige il gruppo Dassault che, pur avendo dell’esperienza nel settore dell’editoria, ha tra le sue principali attività la costruzione di aerei civili (i Falcon) e militari (Mirage e Rafale). Il Rafale, un aereo da combattimento che costa una fortuna, ha praticamente come solo acquirente l’aviazione militare francese. Ora, è possibile certo che d’improvviso Dassault abbia deciso di lanciarsi in grande nell’editoria per gusto personale, ma forse non si sbaglia se si vede nell’acquisizione di Socpresse e di Vup da parte del gruppo Dassault il desiderio d’influenzare l’opinione pubblica, facendo eventualmente una cortesia ad un Presidente della Repubblica che prima o poi potrebbe aver bisogno del sostegno popolare.

La morale è sempre quella
Nei due episodi che abbiamo descritto il conflitto d’interessi aleggia ambiguamente sui comportamenti dei protagonisti, ma sarebbe ipocrita scandalizzarsene, perché ognuno di noi, se ne avesse la possibilità, sosterrebbe massicciamente un giornale se ritenesse che rappresenti correttamente il suo modo di vedere, d’interpretare la realtà. Certo nessuno è perfetto, quindi gli errori d’interpretazione sono possibili, ma quando il 14 settembre si svolgeranno le manifestazioni contro un governo voluto dalla maggioranza dei cittadini, e sugli striscioni s’inveirà contro l’articolo 18, contro il conflitto d’interessi, contro la legge Cirami sulla legittima suspicione, contro la Bossi-Fini e così via, non ci si dovrà sorprendere se quelle tesi saranno sostenute da una forte campagna di stampa. È normale. Quei giornali ed i loro editori condividono e sostengono quei metodi e quelle idee. Sarà allora necessario non dimenticare che tra i “valori” propagandati dagli organizzatori di quelle manifestazioni non ci sono né la libertà né la democrazia, perché chi vuole utilizzare la piazza o la magistratura per “abbattere” il proprio “nemico” e mente sistematicamente non sa che farsene né della libertà né della democrazia.

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