Da Ilario (di Poiters) a Dionigi (di Milano)
Il nuovo arcivescovo e cardinale ambrosiano Dionigi Tettamanzi ha fatto il suo ingresso a Milano accompagnato dal saluto affettuoso di una città che, nonostante gli anni cupi e cattivi del giustizialismo dello scorso decennio, non ha smarrito la sua positività e cordialità operosa. Per questo è bello sentire da un Principe della Chiesa una franca e audace promessa di libertà. «Questo pensiero – ha detto Tettamanzi in un passaggio del suo saluto alla città – cercherò di manifestare con piena libertà, non lasciandomi condizionare da nessun tipo di tornaconto, da nessuna forza politica, da nessun governo, da nessuna critica! Con piena responsabilità di fronte alla mia coscienza e di fronte a Dio, unico signore e giudice di tutti». In queste forti parole del Cardinale abbiamo sentito l’eco del grande Ilario di Poitiers. Il santo Atanasio dell’Occidente che sul tramonto dell’anno 364, denunciando l’equivoco teologico-politico che si celava nell’eresia ariana abbracciata allora da gran parte dell’episcopato – eresia che negava la divinità di Gesù e che, dunque, riduceva il cristianesimo a nient’altro che summa, diremmo noi oggi, di “valori” e di “diritti” umani – dichiarava la propria fedeltà alla Chiesa di Cristo con parole certo più dure e drammmatiche visto l’andazzo di quei tempi, ma non lontane da quelle pronunciate dal cardinal Tettamanzi. Diceva Ilario di Poitiers: «E’ veramente il caso di compassionare, lacrimando, l’illusione del nostro tempo, secondo cui ci si immagina che i valori umani possano servir comunque di patrocinio a quelli di Dio, e che si possa, mercé il successo del secolo, avvantaggiare la causa della Chiesa di Cristo. Oggi invece i favori terreni servono di commendatizia alla fede divina e nell’atto stesso in cui si accaparra fasto al nome di Cristo, lo si suppone povero di virtù propria. E la Chiesa che ebbe la sua consacrazione sotto la ferula delle persecuzioni, è oggi alla mercé del grado sociale dei suoi associati. E si gloria di essere prediletta dal mondo, essa che non potè essere di Cristo, se non a patto di essere odiata dal mondo. Veramente dobbiamo dire d’esser giunti all’epoca dell’anticristo, se i suoi ministri elargiscono a Cristo il nome di Dio, onde possano poi assegnarlo anche agli uomini. Ma il popolo non incappa negli equivoci dei suoi pastori, i quali attribuiscono con le labbra a Cristo qualificativi divini, ma ne fanno in realtà svanire ogni contenuto».
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