Il miracolo. O la guerra

Di Luigi Amicone
03 Ottobre 2002
A Gerusalemme nei giorni dell’anniversario dell’Intifada. La rivolta che ha fatto tornare indietro di 30 anni l’orologio della storia. Aspettando il dopo Irak...

L’ebrea israeliana e la palestinese cristiana si abbracciano al Muro del Tempio, accettano la benedizione di un Hassidim, si incamminano parlottando sottobraccio per le viuzze della Città Vecchia fino al Santo Sepolcro, oggi il simbolo più eloquente dello stato delle relazioni tra i due popoli. L’israeliana viene da un kibbutz dell’alta Galilea al confine col Libano. La palestinese da un villaggio occupato della Cisgiordania. Non ci fossero queste due donne che stanno dedicando la loro vita alla realizzazione di opere educative e di carità, si direbbe che tutt’intorno ogni speranza di riconciliazione umana e pace politica sia morta e sepolta.

Il muro dell’estraneità
Nonostante la proclamazione dell’ennesima tregua e il cessato assedio al quartier generale di Arafat – imposti più dall’Amministrazione americana che dalle parti militari in causa – l’impronta che segna oggi la realtà quotidiana e profonda delle relazioni tra i due popoli è quella dell’estraneità. Impronta ben simboleggiata dal muro che l’esercito ebraico sta costruendo lungo i 400 chilometri di confine tra Israele e i territori palestinesi. Ammutolite le persone, le comunità, le organizzazioni popolari che per anni hanno creduto nella forza della frequentazione reciproca e nelle ragioni del negoziato politico, oggi in vece loro parlano lo stillicidio di attentati dei fanatici islamici, le implacabili rappresaglie dell’esercito israeliano, le promesse di Hamas di far scorrere altro sangue innocente a Tel Aviv, i cecchini palestinesi appostati per colpire i coloni ebrei, i missili poco intelligenti di Tsahal, il coprifuoco che ha annichilito ogni forma di vita sociale nei Territori occupati. Così, dopo aver assicurato in armi (e, dicono i documenti sequestrati dagli israeliani alla Mukata, in conti per pagare le organizzazioni terroristiche) i finanziamenti ricevuti da Europa e paesi arabi; dopo aver spedito i propri figli e famiglie all’estero, ora i capi dell’Autorità palestinese inviano i fantaccini di casa in casa a trascinare la popolazione in strada per festeggiare il secondo anno della seconda Intifada. Ovvero per celebrare l’insurrezione che è servita soltanto a falcidiare migliaia di innocenti – venerdì 26 settembre, secondo anniversario della rivolta, la contabilità dell’orrore era ferma a 1897 morti e 41mila feriti palestinesi, 622 morti e 4582 feriti israeliani – e a innalzare sugli scudi Ariel Sharon.

Economia di guerra
Gerusalemme. Turisti? Zero, ovviamente (eccetto le migliaia di ebrei della diaspora scesi in Israele per la Festa delle Capanne). Pellegrini? Zero, naturalmente (eccetto i 10mila “cristiani sionisti” portati dall’America dal circuito del telepredicatore Pat Robertson). I luoghi santi sono deserti, così come sono deserti i suk, i ristoranti, gli alberghi. Mentre la sky line di Tel Aviv sembra una surreale sfilata di torri innalzate ai fantasmi. I palestinesi sono ormai una folla di disoccupati. Quasi più nessun lavoratore arabo entra in Israele dai Territori e al loro posto arrivano charter di operai russi, cinesi, filippini. È questo ciò a cui mirava Arafat, quando, nell’agosto 2000, rifiutava il piano di pace Clinton-Barak e dava il via libera all’insurrezione armata prendendo a pretesto la “provocatoria passeggiata” di Sharon sulla spianata della moschea di Gerusalemme? è stupefacente osservare come in soli 24 mesi israeliani e palestinesi abbiano smarrito ogni fiducia gli uni negli altri. La sinistra pacifista ebraica ha perso la voce ed è ai minimi del consenso tra la popolazione israeliana. Nel campo palestinese la popolarità di Arafat è solo un siparietto che funziona nelle manifestazioni realizzate davanti alle Tv occidentali e arabe.

Hezbollah e Saddam
29 settembre 2002. È finito l’assedio alla Mukata, quartier generale di Yasser Arafat. Sono finite le feste danzanti nelle notti della Sukkot, la settimana di festa delle Capanne in cui gli ebrei hanno ricordato i quarant’anni di peregrinazioni nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nei Territori, nonostante il cessate il fuoco proclamato dall’Anp, gli specialisti del terrore continuano a preparare cinture esplosive e i kamikaze ad addestrarsi per andare a seminare morte nelle città ebraiche. Come si fa a spiegare agli israeliani che devono ritirarsi entro i confini del ’67 (o “più o meno entro quei confini” cominciano a dire i più realisti dei capi palestinesi, accettando l’idea di una compensazione di territori in cambio del riconoscimento di colonie ebraiche divenute oggi città, pressoché impossibili da smantellare) e che devono accettare la nascita di uno Stato palestinese sotto la minaccia del terrorismo e della propaganda panislamista che incita a “buttare gli ebrei a mare”? Come fanno gli israeliani a non sentirsi in guerra quando anche nel sud del Libano, quel Libano da cui l’esercito ebraico si è ritirato il 24 maggio del 2000, quattro mesi prima dello scoppio della seconda Intifada (mentre la Siria rimane tutt’oggi a Beirut con i suoi 40mila soldati occupanti) gli Hezbollah ammassano armi e missili di fabbricazione siriana e iraniana (vedi box p. 12) che potrebbero colpire le città israeliane del nord, compresa Haifa? Come si fa a non pensare che la proliferazione degli armamenti nelle file Hezbollah, partito militare islamico che è nella lista americana delle “organizzazioni terroristiche”, non rappresenti una pesante minaccia alla sicurezza di Israele e alla stabilità dell’intera area mediorientale? Comunque sia, qui in Israele non c’è colomba (come il laburista Peres) che non pensi che il problema numero uno sia il regime di Bagdad. L’Onu riuscirà a convincere Saddam e a evitare la guerra? “Ci vorrebbe un miracolo” dicono gli israeliani, che intanto ricominciano a mettersi in fila nei centri di distribuzione e rinnovo delle maschere antigas e i cui ospedali sono già stati allertati per procedere alle vaccinazioni antivaiolose e contro altri eventuali attacchi batteriologici.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.