Un po’ di samba per Lula

Di Stefanini Maurizio
10 Ottobre 2002
Sognava il plebiscito, è costretto al ballottaggio. E il suo partito ha perso voti. La via dolorosa del (quasi) presidente del Brasile

Luiz Inacio Lula da Silva compiva 57 anni il giorno del voto per il primo turno delle elezioni brasiliane. Una sorprendente coincidenza con Vicente Fox, l’attuale presidente del Messico, che fu anch’egli plebiscitato il 2 luglio nel giorno del suo 58esimo compleanno. E Brasile e Messico, i due giganti dell’America Latina, hanno avuto in effetti un destino politico curiosamente speculare: così come ora Lula è il primo candidato di sinistra vera che si avvia alla presidenza in un Brasile che è stato sempre governato dai moderati o dalla destra, così Fox è stato il primo capo dello Stato cattolico di un Messico massone e anticlericale.

Lula perde voti coi no-global
Ma il compleanno dell’ex-metalmeccanico idolo dei no global è stato guastato dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta, che lo costringe ora a un purgatorio di altre tre settimane. E anche se la vittoria definitiva è a un passo, non manca per lui in questo risultato un qualche retrogusto amaro. Ad esempio, la netta sconfitta del suo partito in quello Stato del Rio Grande do Sul che amministrava, e che attraverso il Forum di Porto Alegre era stato rilanciato come nuovo paradigma dell’“alternativa” mondiale. Piuttosto che il “grande cambio” di Fox, dunque, sulla figura di Lula sembra aleggiare lo spettro del cileno Salvador Allende. Come lui, infatti, sta per diventare presidente solo la quarta volta che ci prova. Come Allende profittò del fatto che la Costituzione inibiva al presidente uscente Eduardo Frei una ricandidatura immediata, anche Lula profitta del fatto che la Costituzione vieti al presidente uscente Cardoso una terza ricandidatura. Tutti e due sono stati costretti a un secondo turno. E tutti e due rischiano di essere handicappati dalla mancanza di una maggioranza allo stesso Congresso. Sono analogie che valgono fino a un certo punto. Oggi non c’è più a Washington nessuna indulgenza per le avventure militari. Non c’è neanche più l’Unione Sovietica di mezzo. E poi, mentre Allende era partito da posizioni moderate per andare poi sempre più radicalizzandosi, il percorso di Lula è stato opposto, dall’estremismo alla moderazione. Allende ruppe subito con quella Dc che aveva assicurato la sua elezione. Lula ha invece già iniziato la sua strategia di alleanze moderate: si è preso un vice liberale, ed ha già ottenuto importanti promesse di appoggio dai centristi del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb). Senza contare che dal Fondo Monetario Internazionale al Financial Times e al Banco Interamericano di Sviluppo, sono già diversi i “salotti buoni” della grande finanza internazionale a sostenere che il personaggio merita di ricevere una chance di credibilità (vedi box a lato).

L’alternativa pro o contro gli Usa
Tra i non ancora del tutto convinti, però, c’è il responsabile dell’Amministrazione Bush per l’America Latina, Otto Reich. In particolare, è stato lui a “consigliare” Lula di decidersi presto «se vuole essere un Lagos o un Chávez». Il socialista moderato Ricardo Lagos alla presidenza del Cile, il colonnello populista Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela sono stati pure evocati da ambienti vicini allo stesso Reich come punti di riferimento di un “asse pacifico” e un “asse atlantico” che si starebbero delineando nel Continente. Lungo il Pacifico, le elezioni hanno consacrato una serie di presidenti che puntano sui buoni rapporti con gli Stati Uniti e sul mantenimento del “consenso con Washington”: dallo stesso Lagos al messicano Fox, passando per il boliviano Sánchez de Lozada, il peruviano Toledo e il colombiano Uribe Vélez. Il voto del prossimo 20 ottobre in Ecuador dovrebbe rispettare questo scenario. Viceversa, se Lula presidente entrasse in rotta di collisione con Washington, finirebbe per delineare un asse di rottura “anti-Usa” lungo l’Atlantico con la Cuba di Castro e il Venezuela di Chávez, cui potrebbe aggiungersi pure l’Argentina.

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