Si fa tutto per i bambini… o per i diritti?
Ci sono due fatti accaduti la scorsa settimana che suscitano molte domande ed esigono perlomeno una riflessione, se non un giudizio. La provocazione, che rivolgo anche a voi, è la seguente. Una madre chiede un risarcimento al medico che, in un’operazione non riuscita, doveva chiuderle le tube. Ha una condizione economica che le impedisce di avere un altro figlio, invece lo concepisce, il medico le dice di abortire, lei non vuole, nasce il figlio, chiede il risarcimento. Un’altra madre, che conosco, mi dice che avrebbe abortito il suo secondo figlio se non fosse stata troppo avanti nella gravidanza, lo dice con naturalezza guardando quel bambino che mi trotterella davanti: purtroppo non ho potuto abortire. Sacrosanti diritti nel nostro mondo, diritto di una madre ad abortire, di una donna ad essere risarcita per un errore, diritto di un medico a proporre un aborto e di una donna a rifiutarlo, quello che non si capisce nell’elenco dei diritti è se quell’essere, quel bambino, non che avrebbe potuto essere, ma che è, che c’è, si chiama Giacomo, Anna, ha i capelli biondi o neri, gli occhi come il papà, il carattere della mamma, ha anche lui qualche diritto, per lo meno quello di essere considerato una persona, forse frutto di un errore, ma realtà vivente? Se non per la giustizia, per i diritti che si hanno, o per lo stato, perlomeno c’è, esiste per le madri, per tutti noi? Dato per scontato che sono lontani anni luce i tempi in cui si diceva che ogni bambino è un dono di Dio, anche se, a ben vedere questo gli dava, di fronte all’esistenza, qualche diritto in più, non sembrano lontane anche le parole che scriveva Peguy: «Non si fa tutto che per i bambini»? E, se non per loro, per chi, per che cosa? E, per assurdo, come farà quella mamma a dire al figlio che quei soldi ce li ha perché lui è stato un errore, ci sarà il suo avvocato, o lo stato o lo psicologo a sostenere lei e soprattutto lui, quando gli dirà: purtroppo tu sei nato?
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