Finché c’è uva… c’è speranza
Alla fine l’ex sindaco di Acqui Terme, il burbero Bernardino Bosio, non ce l’ha fatta più ed ha convocato i giornalisti nella sua vigna: «Ma quale vendemmia cattiva, guardate che uve ci sono». Angelo Gaja a Barbaresco non ha ancora iniziato a staccare un filare, mentre da una collina all’altra arrivano voci positive. Per forza: il vino è individualità, è un unicum, non sarà mai una questione di massa. Me lo disse il professor Miglio nel giorno della mia tesi di laurea; lo abbiamo affermato l’altro giorno a Gorizia, nell’ambito di Ruralia, durante un convegno sui vitigni autoctoni presieduto da professor Attilio Scienza. Ad un certo punto s’è alzato un produttore toscano e ha detto: «Va bene i vitigni di casa nostra, ma all’estero si vende bene solo con cabernet e merlot». A quel punto sono sbottato: «Ma allora vuol dire che i Barolo e i Brunello che abbiamo venduto in questi anni nel mondo avevano dentro del cabernet?». Mi scrive il grande conte Riccardo Riccardi: «Mi hanno infastidito quei giornali che già in agosto condannavano la vendemmia. Ma bisogna anche dire che nelle annate minori, se un buon produttore decide di imbottigliare il suo vino lo farà con competenza ed avveduto palato; avremo vini certamente di minor corpo, con minori possibilità di invecchiamento, ma con ogni probabilità di beva più facile e con prezzi contenuti. Cerchiamo di vuotare le cantine e consoliamoci con funghi e tartufi che sono più abbondanti nei mesi roridi di pioggia».
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