Torino val bene una Fiat

Di Bocchio Sandro
24 Ottobre 2002
La crisi dell’industria torinese come ultimo e decisivo tassello per la trasformazione di Torino da città industriale a centro di arte e cultura. E c’è perfino turismo, ora...

Si comincia nel 1864. È l’anno in cui Torino inizia a perdere qualcosa di suo. Ed è qualcosa di molto importante, perché le viene portato via quel ruolo di capitale (trasferito a Firenze in attesa della conquista di Roma) ottenuto appena tre anni prima. È la prima volta che Torino deve reinventarsi un’alternativa, e si sceglie quella industriale. Non è l’ultima volta in cui vedrà svanire quanto costruito in casa. Dopo verranno, in ordine sparso il cinema, la televisione, la moda, l’Einaudi, la Telecom, la Federazione di calcio e quella di ginnastica. Resisteva, imperturbabile, la sola Fiat, da un secolo simbolo della città, da anni unica realtà automobilistica in Italia e altrettanto unica grande industria in grado di tenere botta sul mercato internazionale. O, almeno, così si pensava fino a poco tempo fa. Perché adesso Torino rischia di perdere anche questo: dalla Capitale al Capitale, il circolo si chiude.

Periferia di Milano
La crisi della Fiat ha avuto conseguenze immediate in città. Molto più a livello psicologico che a livello pratico. Un atteggiamento palpabile – quello psicologico – in chi vive direttamente in azienda, siano lo stabilimento di Mirafiori, gli uffici del Lingotto e corso Marconi oppure le tante industrie dell’indotto: si tratta di esuberi che immetteranno sul mercato gente di non facile collocamento. Un atteggiamento che coinvolge anche chi è cresciuto all’ombra di un’azienda che ha dettato ritmi e modi d’essere a una città intera. In queste persone c’è la consapevolezza del momento grave e difficile, quello che potrebbe portare via dalla città non una fabbrica (questa resterebbe, indipendentemente da come andrà a evolversi l’attuale situazione) ma il suo nucleo fatto di classe dirigente, di gruppo ideativo. La paura, per farla breve, di perdere le chiavi del comando e trasformarsi, a propria volta, in un megaindotto di un’altra casa automobilistica. Una situazione che, come ha sottolineato Gianni Zandano, per anni alla guida dell’Istituto San Paolo, renderebbe Torino «la periferia di Milano».

Alternativa Barcellona-Montreal
C’è però anche l’aspetto pratico, e questo parla di una città che, senza troppi proclami, ha cercato di smarcarsi dalla centralità della Fiat – vera “chiesa laica” – alla ricerca di alternative al primato dell’industria. Iniziative ideate e condotte avanti con tenacia da chi, magari, ha imparato il concetto di lavoro proprio in casa Agnelli. L’esempio più qualificante è dato da Evelina Christillin, moglie di Gabriele Galateri di Gianola (il nuovo amministratore delegato della Fiat) e centro motore della “squadra” che ha portato a Torino le Olimpiadi invernali del 2006. È questo il grande appuntamento che, per ora, lenisce le ferite della crisi automobilistica. Una possibilità di rilancio per la città sotto ogni punto di vista. L’aspetto urbanistico, per esempio, perché l’anno delle Olimpiadi dovrà coincidere con la conclusione dei lavori per la creazione della metropolitana, cominciati dopo un’attesa quarantennale. E sarà una novità rivoluzionaria, insieme con quella della “spina” ferroviaria, che sta cambiando volto alla città. Oppure l’aspetto turistico, fatto di una Torino che, con colpevole ritardo, scopre di aver qualcosa da offrire sotto questo punto di vista. Sono sempre più gli stranieri che hanno scoperto il fascino di una città che i Savoia avrebbero voluto trasformare in una piccola Parigi, con tanto di Versailles incorporata, ovvero la palazzina di caccia di Stupinigi. Olimpiadi come appuntamento da non fallire assolutamente, perché il passo da Barcellona (rinata grazie ai giochi olimpici) a Montreal (messa in ginocchio dai giochi olimpici) è breve. E se il 2006 appare ancora così lontano, esiste anche una Torino che già oggi non sente più la Fiat come un luogo d’appartenenza. È la città che sta recuperando il centro storico, una volta letteralmente abbandonato a se stesso e ora rinato palazzo dopo palazzo. È la zona del Quadrilatero romano, giusto a ridosso di Porta Palazzo, il più grande mercato europeo all’aperto, ma anche zona di spaccio e di frequenti risse tra la varie etnie d’immigrati che si contendono il territorio. Sembra incredibile, ma basta percorrere pochi metri per ritrovarsi in mondo fatto di locali alla moda, di dehors, di ristoranti, di vinerie sempre affollate a ogni ora. Un fenomeno cresciuto negli anni, anche grazie al terreno fertile che in città hanno trovato manifestazioni di richiamo nazionale come il Salone del gusto di Slow Food e il Salotto del gusto del Club di Papillon. Realtà che hanno indicato una possibile strada a giovani, andati a inventarsi un lavoro legato al territorio.

Non sarà la Las Vegas italiana
Una Torino che vuole anche lanciarsi come capitale dell’arte contemporanea. Se la Galleria d’arte moderna e il Museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli da lungo tempo avevano indicato una via, il 2002 è stato l’anno che ha regalato altri due gioielli di grande impatto, come la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Realtà venute ad aggiungersi ad altre istituzioni come Palazzo Bricherasio, sede di importanti mostre, oppure il Museo del cinema, protetto dall’inconfondibile cupola della Mole Antonelliana. Sia per la Pinacoteca sia per la Fondazione è innegabile il rapporto con le radici industriali della città, visto che il primo è racchiuso nel cosiddetto “scrigno” di Renzo Piano sul tetto del Lingotto mentre il secondo è stato creato nei locali di una vecchia fabbrica della città. Rapporto che potrebbe essere il segnale di una Torino che verrà: non più una città che nasce, vive e muore all’interno del ciclo produttivo di un’automobile ma che sfrutta la sua storia per offrirsi in maniera differente alla gente. Al Lingotto non ci sono più catene di montaggio e prove di auto sull’anello in cima al tetto ma cinema, supermercati, alberghi e uno dei più funzionali Auditorium per l’ascolto della musica classica in Italia, casa dell’Orchestra sinfonica della Rai. Perché va bene tutto se si devono recuperare spazi, «ma questa città non può rinascere come una Las Vegas italiana, non siamo così», sottolinea Evelina Christillin. E così nella zona nord sta nascendo l’Environment Park, un parco scientifico in cui opereranno cinquanta imprese tecnologiche e di ricerca che si occuperanno dell’ottimizzazione dei cicli dell’acqua e delle fonti energetiche rinnovabili. Un parco in cui verranno conservati, come al Lingotto, gli esempi più significativi dell’architettura industriale. Un futuro che potrà essere tale anche per Mirafiori? La risposta industriale e politica è nelle mani di chi dovrà risolvere la più grave crisi mai vissuta dalla Fiat.

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