Una bella storia? Educare

Di Carmo Feliciani Serenetta
31 Ottobre 2002
Finito l’allarme per la sorte della storia? Il dibattito sul carattere ideologico dei manuali fa dimenticare un problema più grave: la perdita di valore dell’insegnamento della storia. La parola agli storici: Sordi, Pizzetti, Corti

Tempi è stato tra i primi, in questi anni, a far conoscere, al di là della cerchia degli “addetti ai lavori”, il tentativo ministeriale di far passare nella scuola la riduzione della storia a sociologia (i “quadri di società” per la scuola elementare), l’inglobamento del Medioevo nel Neolitico, il livellamento della civiltà europea a quella subsahariana. Erano, quelle proposte, semplicistiche applicazioni alla scuola di tutto un complesso di orientamenti epistemologici, che vanno dalla scuola delle Annales (messa in ombra dell’evento) ad alcune posizioni anglo-americane, influenzate dalla filosofia analitica, fautrici di una visione del tutto relativista della storia. L’impresa a cui si accingevano gli esperti del Ministro De Mauro non era tanto interessata ai contenuti, che svalutava (seppure con un occhio di riguardo a quelli “politicamente corretti”), quanto alla creazione di “piccoli storici” che, senza gran bisogno di conoscenze precedenti, potessero ricostruire in proprio la storia. Quest’impostazione (storia a temi, modularità, operazionismo) che, sperimentata per anni nei paesi anglosassoni, ha dato prova di provocare un forte disorientamento e una sostanziale ignoranza negli studenti, resta diffusa a livello di aggiornamento degli insegnanti. Ora, le Indicazioni Nazionali per la sperimentazione allegate al Decreto del 18 settembre scorso fanno sperare nella restituzione di importanza alla conoscenza di «fatti, personaggi, eventi ed istituzioni» delle varie epoche della storia, per prendere coscienza della tradizione europea cui apparteniamo. Restaurazione del bieco nozionismo? Rinuncia ad una visione dinamica dell’apprendimento? Niente affatto. Che sia possibile riattivare l’interesse e la conoscenza della storia in studenti nei quali la cultura di oggi tende a distruggere ogni memoria del passato è la sfida raccolta da un gruppo di storici e di insegnanti, coagulati dal 1997 intorno alla rivista Linea Tempo, con il recentissimo volume La storia nella scuola, edizioni Marietti.

Segni del passato
Alla base di questa proposta sta l’affermazione dell’indispensabile valore educativo dello studio della storia: esso consente di leggere la realtà presente secondo la ricchezza di significati che la tradizione le ha consegnato. La censura di questa tradizione è solo impoverimento e omologazione della persona. Occorre che l’avventura degli uomini del passato trovi un’eco nelle domande del presente, che nascono dalle esigenze del cuore, fino alla domanda più importante, quella sul destino. Per questo insegnare storia non può essere un problema di tecniche, è un problema di umanità. La difficoltà attuale a rapportarsi col passato, dopo l’ubriacatura ideologica, è la riduzione dei fatti storici a parole, a vaghe e manipolabili opinioni. Gli storici che hanno collaborato al volume (Valvo, Alberzoni, Zardin, Bressan, Saccoman, Pizzetti) ripropongono la ricerca della verità come motivazione essenziale e fondamento del rigore metodologico della storia: una difficile impresa, ma che proprio per questo può appassionare. Sono poi gli insegnanti (Caspani, Foschi, Bonelli, Desalvo, Senatore, Emmolo, Restelli) a indicare le modalità per coinvolgere attivamente lo studente, guidandolo alla comprensione del dato storico, appassionandolo alla scoperta dei “segni del passato”, provocandolo all’immedesimazione immaginativa.

La parola agli storici
Ascoltando Marta Sordi, una vita per la storia antica, non si può non essere affascinati dalla forza della definizione dell’oggetto e del metodo della storia: «La storia è narrazione di fatti umani veramente accaduti». «Realmente accaduto non è ciò che può accadere, il verosimile, ma il vero», «ciò di cui si possono dare le prove». «La scientificità della storia sta proprio in questo accertamento del fatto», dice Marta Sordi sbaragliando ogni tentazione relativistica. È negli storici greci che nasce il metodo per cui l’indagine procede come in un procedimento giudiziario, attraverso la raccolta di documenti e testimonianze e la critica che ne coglie le deformazioni volontarie e involontarie, per giungere alla ricostruzione che colloca gli avvenimenti nello spazio, nel tempo, nel contesto. «La storia è narrazione, ma una narrazione che argomenta, che fornisce le ragioni del suo narrare». Il fascino di una bella e difficile avventura per comprendere il passato: è l’unica motivazione che può smuovere un interesse, non certo la proposta di esercitazioni metodologiche. Altra riflessione sulla crisi della storia è quella offerta da Silvia Pizzetti, docente dell’Università degli Studi di Milano. Il proprium della storia è oggi negato sia per il prevalere, anche nell’Università, di insegnamenti sociologici ed economici “senza storia” sia per il “presentismo” bene esemplificato dalla enfatizzazione della metodologia del sondaggio che si sostituisce a quella della ricerca. Anche la «storiografia della memoria», oggi tanto in voga «quale reazione allo sradicamento della cultura dell’istante», non è priva di ambiguità, avverte Silvia Pizzetti. Se in ogni epoca compare il fenomeno della “invenzione” di una tradizione per rafforzare istituzioni e poteri, la manipolazione e la riscrittura del passato sono oggi diffuse: vedi il cosiddetto «uso pubblico della storia» con le sue valenze ideologiche. Ma lo storico e anche l’insegnante di storia «hanno i mezzi – dice Pizzetti – per smascherare queste pratiche, perché la storiografia è critica e metodo, e il suo compito è appunto quello di trasformare la memoria in storia». Al fascino suscitato dalla proposta del rigore del metodo e dalla forza della tensione verso la verità, un terzo intervento aggiunge una nota suggestiva forse imprevista. È Eugenio Corti, vigoroso 81enne, autore di Il cavallo rosso e di numerosi altri romanzi, a raccontarci l’origine della sua passione per la storia, dalla scoperta in prima ginnasio di Omero («sono rimasto colpito dal fatto che quel poeta antico trascinasse con sé, con le sue righe, con le sue pagine, tanta bellezza davanti a chi leggeva») alla prima opera, I più non ritornano, veritiero resoconto della tragedia della ritirata di Russia da parte dello scrittore-testimone. Il romanzo, «l’antico poema trasferito nella modernità», è costruito su «verità e bellezza, per rendere la realtà dell’uomo nel suo tempo, e nello stesso tempo la sua ricerca del significato della vita, per cui il tempo si rapporta all’eterno», ci dice Corti. Agli insegnanti, in maggioranza giovani, ora il non facile lavoro di “reinventare” un metodo adatto ai loro studenti, con la coscienza della importanza essenziale della storia per l’educazione.

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