Il mestiere di vivere a Manerbio
Non stupisce che anche Giovanni Paolo II, nel suo storico discorso al Parlamento italiano, si sia dimostrato ben avvertito circa la «tuttora grave crisi dell’occupazione» in Italia e abbia incitato l’intera classe politica a superare le divisioni tra governo ed opposizione, almeno per realizzare obbiettivi necessari al bene comune e alla coesione interna del Paese. E la questione lavoro – ormai è chiaro – è un’emergenza che tocca tanto gli operai Fiat, quanto i dipendenti Cariplo (che annuncia ben 8.900 esuberi); tanto la grande impresa, quanto la piccola e media. Un esempio tra i tanti dell’attuale crisi occupazionale (che però non gode degli effetti mediatizzati del caso Fiat)? Tempi è andato tra gli operai tessili di uno stabilimento di grandi tradizioni a Manerbio, la Marzotto, nella provincia bresciana, dove ai 271 dipendenti è stata annunciata via lettera la messa in mobilità senza alcun preavviso o motivazione.
Una fabbrica, un paese
Nel secolo scorso il Lanificio Marzotto ha costituito la più grande struttura industriale dell’intera Bassa Bresciana. La sua crescita comportò una profonda trasformazione urbanistica e culturale per tutto il paese: la fabbrica era entrata non solo nell’economia della comunità ma anche dentro il tessuto culturale e sociale della vita dei dipendenti, tanto che la Marzotto aveva costruito case, la scuola materna, l’asilo nido, il convitto, il cinema teatro, il campo sportivo, il dopolavoro, l’albergo, la piscina e i poliambulatori. La storia della fabbrica si intreccia con la storia della città di Manerbio fino ad identificarcisi, tant’è che il marchio Marzotto campeggia sui simboli civici dell’abitato. Eppure anche qui, nella cosiddetta ricca e operosa provincia bresciana, oggi fa capolino il fantasma della disoccupazione. Poiché non sono ammessi giornalisti neanche in una saletta interna alla fabbrica, per parlare con gli operai abbiamo dovuto improvvisare un sit-in davanti alla portineria. Voci di operaie: «sono separata e madre di due bambini, fino a oggi li ho mantenuti in modo dignitoso grazie al mio lavoro, come farò adesso?». «È più di 20 anni che lavoro a Manerbio, ho anch’io due figli e sono sola, ho più di 40 anni e si sa, a quest’età trovare un altro lavoro è molto più difficile». Incrocio diversi volti, alcuni rassegnati altri più battaglieri, ognuno con il loro caso umano, tutti preoccupati e, insieme, affratellati da quello spirito di solidarietà che il Papa ha richiamato ai politici e che, tra questa base operaia si tocca con mano perché si fa espressione concreta di lotta comune per la difesa della dignità della vita. Il portiere della Marzotto lavora a Manerbio da 33 anni, andrà in pensione a fine dicembre, ma dice: «rimane l’amarezza per me e per tutti i miei compagni, di sentirsi trattati non come uomini ma come numeri, dopo avere dato tutta la nostra vita alla fabbrica. Ci sono anche famiglie intere che lavorano qui, tanti mariti e mogli che si troveranno improvvisamente senza nessuna entrata. Per non parlare delle donne con bambini che potevano usufruire gratis dell’unico asilo nido e dell’unica scuola materna della zona».
Governare la globalizzazione?
Angelo lavora alla Marzotto da 33 anni, si capisce che l’idea di perdere il lavoro è un bel trauma: «Questa azienda era per noi di Manerbio un po’come la nostra casa, uno ci entrava da giovane e ci stava fino alla pensione». Paolo, occupato da 22 anni in Marzotto con qualifica di impiegato tecnico, ha un identico shock, un approccio personale diverso e una preoccupazione comune a tutti: «Dopo che hai impostato tutta la vita familiare e i tuoi programmi su un certo standard di vita, perdere il lavoro a 43 anni ti fa mancare la terra sotto i piedi. Da una parte ti aggrappi con tutte le forze al posto di lavoro, dall’altra non puoi non guardare avanti con realismo e ottimismo: se la mia vita non potrà più essere questa bisognerà che a 43 anni volti pagina e ricominci in un altro modo». Su 271 lavoratori della Marzotto-Manerbio, solo una ventina superano i cinquant’anni. «Però ci sono 140 operaie con un’età media fra i 30 e 35 anni che sicuramente avranno dei grandi problemi a ricollocarsi in questa zona, dove il settore tessile è comunque in crisi» spiega il nostro impiegato. «Attualmente abbiamo 22 donne in maternità, provi ad immaginare 22 donne che hanno fatto un progetto di vita basato sul fatto di avere un posto di lavoro ed un asilo nido gratuito che Marzotto garantiva, la prospettiva sarà molto dura, perché oltre ad un problema occupazionale si troveranno anche di fronte ad un problema di gestione della famiglia e dei figli». Non avete pensato di andare a parlare direttamente con il conte Marzotto? «Gli abbiamo scritto una lettera aperta» risponde il coro operaio. Mentre uno che ci ringrazia «perché c’è almeno qualcuno della stampa che si ricorda di noi» se ne va sconsolato, convinto che «noi operai siamo come delle pedine su una scacchiera, solo delle pedine. Nessuno ha la forza o la capacità o la voglia di prendere in mano davvero il lavoro, che dà dignità ed è la prima garanzia che fa crescere questa Italia. Mentre oggi, come succede qui in Marzotto, è tutto un rincorrere l’acquisizione di altri marchi, come quello di Valentino, per poi portare il lavoro all’estero, cercando sempre di sfruttare la manodopera a basso costo». Anche questa è globalizzazione. Sì, certo, una realtà che non si può evitare. Come non si può evitare la legge di gravitazione universale. Ma che ne dicono il governo, l’opposizione, i sindacati: non sarebbe questa dell’occupazione una sfida che dovrebbero imparare a governare, insieme, per quel “bene comune” e “coesione interna” a cui li ha richiamati anche il Pontefice del «Dio benedica l’Italia!»?
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