Meno fair play, più educazione

Di Tempi
28 Novembre 2002
Lo sport come attività educativa per i giovani sta morendo. Sono insegnante di educazione fisica alle superiori da 28 anni e mi interesso di attività motoria e di sport da sempre

Lo sport come attività educativa per i giovani sta morendo. Sono insegnante di educazione fisica alle superiori da 28 anni e mi interesso di attività motoria e di sport da sempre. Perché dico questo? Perché le piccole società sportive sono in grave crisi. Negli ultimi 3 anni hanno chiuso i battenti sodalizi anche di vecchia data e che avevano contato moltissimi aderenti. Resistono, e spesso si ampliano, solo i grossi club. Inoltre, spesso, le piccole società rimaste sono solo per amatori adulti; servono per organizzare l’hobby dell’adulto (e non c’è nulla di male), ma il settore giovanile non è neppure previsto. In compenso l’attività sportiva per i giovani è diventata sempre più impegnativa: è raro trovare società che propongano meno di 3 allenamenti settimanali, anche a bambini di 9-10 anni, talvolta anche 4 o 5 per ragazzi di 14-15 anni. E i ragazzi spesso non sono nemmeno gratificati da quello che fanno in società: molti miei alunni mi confessano che fanno sport per altri scopi (soprattutto affermarsi, dimostrare di valere) ma che non si divertono e tutto questo ha un costo anche economico: per fare un esempio di uno sport non certo di èlite o “di moda”, ma che anzi potrebbe dirsi in fase di crescita, i costi per un campionato di calcio femminile al livello più basso si aggirano sui 7-8.000 euro l’anno. Per non gravare in modo esagerato sulle quote da far pagare alle famiglie, le società ricorrono alle sponsorizzazioni, che sono invariabilmente truccate, anzi sempre di più perché le ispezioni della Finanza hanno spaventato molta brava gente e chi rischia chiede rapporti sempre più alti tra quanto risulta in fattura e il vero contributo (da 1 a 3 circa di qualche anno fa, oggi si è passati all’1 a 5 e oltre). Un’ultima osservazione: sono sempre più frequenti i giovani che non sanno lavorare con il proprio corpo o che, viceversa, sono già usurati a 15 anni: schiene di marmo e ginocchia a pezzi non si contano. Il mondo cattolico da decenni combatte per la scuola libera ma, sullo sport di base, niente. Ma, così come per la scuola, anche per lo sport la questione centrale è l’educazione. Sussidiarietà e corpi intermedi sembrano termini inapplicabili allo sport di base: il Coni e le Federazioni sono realtà centraliste in modo tirannico, ma quando se ne parla è a proposito dei risultati di alto livello o di qualche collateralismo politico. Chi dà voce alle migliaia di microdirigenti, spessissimo di umile origine e di basso livello culturale, ma che a costo di grandi sacrifici si impegnano a portare avanti piccole società? Perché non pensare a una detassazione delle quote pagate dalle famiglie per l’attività motoria dei figli e l’istituzione di una modalità di certificazione di qualità delle società sportive (non facciamoci certificare dal Coni, mi raccomando!)? Come si vogliono evitare i diplomifici, vediamo di individuare chi fa maturare i nostri figli psico-fisicamente e chi li vuole ridurre a cavalli da corsa ben addestrati o figurini autocompiaciuti.

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