Ma dov’è il cuore di Forza Italia?

Di The Silver Team
05 Dicembre 2002
Il nervosismo del partito di maggioranza nei confronti degli amici centristi è palpabile

Il nervosismo del partito di maggioranza nei confronti degli amici centristi è palpabile. Ma è altrettanto palpabile lo scontento dei cattolici in Forza Italia. Casini&company lo sanno bene. Anzi usano dello scontento per ridarsi una scappatoia e una prospettiva. La dissennata politica su Rai e giustizia li ha messi con le spalle al muro facendo franare la sponda An ed erodendo di conseguenza la possibilità d’interlocuzione critica con Fi. Il movimentismo di Buttiglione, Follini e Casini è un movimentismo precongressuale. Specchietti e richiami si moltiplicano e le allodole sono proprio i cattolici in Fi. Il pericolo maggiore per Fi non arriva però dalle ex truppe democristiane, campeggiate fuori le mura, e impegnate in azioni dimostrative. Molto rumore per nulla. All’interno della cittadella, qualcuno più silenzioso, sta allargando il fossato inaridendo il progetto di Fi. Il rischio è di disseccare Fi fin dalle radici togliendo linfa. Fi nasce come movimento-partito-contenitore capace di mettere a confronto tradizioni e culture diverse accomunate dal comune alveo moderato, liberale e riformista e, quindi, dall’odio contro ogni totalitarismo e ogni risorgente statalismo. C’è una sottocomponente, all’interno della componente socialista, che da qualche tempo ha perso ogni riferimento popolare e non avendo agganci e riferimenti alla società civile non può pensarsi se non come il “partito” di Fi. Le direttrici d’azione si dipanano sia nel senso solito e banale delle nomine che, da Frattini e Manzella in giù, sono state di un solo segno, sia nel senso di riconoscere, “a discrezione”, cittadinanza all’interno del partito alle varie componenti. Anche in questo senso può tranquillizzarsi Ezio Mauro, preoccupato dalla strana figura di cristiano che avanza nel centro destra, e dalla sua proficua osmosi culturale-progettuale con Fi. I più stretti collaboratori di Ezio Mauro stanno proprio in Fi e, come lui, lavorano per allargare il divario. Mauro è intelligente e fa il suo lavoro. I suoi partner forzisti sono stupidi e fanno il lavoro degli altri. Al di là di ogni considerazione è certo che tutto può permettersi Fi, fuorché di considerare estranee o presenze spot, realtà che militano pienamente in Fi sulla scorta di analisi e convincimenti politici. La stalinizzazione di Fi nel medio-lungo è la sua fine. Nel breve è il fianco prestato ai movimenti neo-centristi. Berlusconi, nel suo doppio-triplo ruolo di presidente del Consiglio/ministro degli esteri-Presidente di Fi è stato costretto a sacrificare Fi sul tavolo delle trattative con i partiti di governo. L’assenza di potestà nel rapporto con i partner si è riflessa nei rapporti interni a Fi, proiettando una consapevolezza di sé non più come il luogo della progettualità politica ma come il luogo della burocratizzazione partitica. La rinuncia a gestire in proprio le competenze del ministero degli esteri si spiegano in Berlusconi con la consapevolezza di dover mettere mano al partito, primo segnale positivo dopo una deriva che durava da troppo tempo. Fi a livello periferico è retta da coordinatori che avrebbero dovuto durare in carica due anni. Siamo al quarto anno, dopo una serie di prove elettorali non esaltanti e prima di una tornata amministrativa che vede impegnate due regioni, dodici province e centri importanti. La mano del Presidente si vede. L’ordine del giorno della Consulta di presidenza la scorsa settimana è stato esplicitamente su questi temi. E non è un caso che si sia iniziato discutendo della Lombardia. La situazione lombarda è paradigmatica. Le soluzioni pensate per la Lombardia prefigureranno quelle per analoghe situazioni locali. Fi è entrata così in una fase di ricomprensione del proprio ruolo e la partita è tutta da giocare. Alla fine ci aspetta un partito leggero, laboratorio politico perché interlocutore della società civile. Oppure il partito della burocratizzazione dorotea.

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