A Roma, come in un giorno di sole

Di Calò Livné Angelica
05 Dicembre 2002
“Quello bianco è il Papa?” “Perchè Mosè sta in una chiesa?” Note di viaggio in compagnia di ragazzi israeliani scampati ai kamikaze di Gerusalemme

La hostess dell’El Al sorride e distribuisce i giornali, dodici volti ci guardano dalle pagine, alcuni seri, alcuni ignari, alcuni tristi, come a prevenire ciò che avverrà loro in un mattino qualunque di novembre. Sono le vittime dell’attentato (l’ultimo?) a Gerusalemme, quello dove sono stati colpiti tanti ragazzini che andavano a scuola.

Uno ha perso il padre, l’altro pure
Sono seduta tra due altri ragazzini, israeliani anche loro, anche loro vittime della tragedia senza senso e senza orizzonte che imperversa qui: Nadav, 15 anni, ha perso il papà un anno fa, ucciso con un colpo di arma da fuoco alle spalle e poi alle tempie mentre era nel suo giardino a Kfar Saba, un sobborgo di Tel Aviv e Rony, due occhi a mandorla e uno dei volti più belli
e delicati che abbia mai incontrato, è di Gerusalemme, suo padre è stato raggiunto da una sassata sul capo che lo ha reso invalido per tutta la vita. Con noi c’è anche Zlila, il cui nome in italiano significa “suono”. È la mamma di Nadav, gli occhi chiari, una nuvola d’oro di riccioli su un volto mesto che sembra un fiore che non ha più acqua. Siamo diretti a Roma, la Comunità ebraica ha invitato Nadav e Rony affinché raccontino della loro esperienza di quest’estate con altri 50 ragazzi come loro, ospiti in Italia di gente che voleva far dimenticar loro per un po’ la realtà di tutti i giorni. Voliamo sulle nuvole e tutto intorno a noi scintilla, Roni è assorta in quello splendore e osserva: «Se potessimo vivere al di là delle nuvole saremmo sempre avvolti dalla luce!».

Il calore del popolo romano
Atterriamo in una Roma che sembra aver ascoltato le sue parole e ci accoglie con un tempo sfolgorante. In cuore mi pare di dirle: «Damme na mano a faglie di de sì!» Dammi una mano a farli rasserenare per un po’, a farli sorridere per un po’, dammi la forza per dimenticare e far dimenticare per un po’ quelle grida, la paura di salire in autobus, la preoccupazione per ciò che accade… E Roma e i romani ce la mettono tutta e con tutta la fantasia a disposizione. Al nostro arrivo sono già ad aspettarci, lasciamo le valige e via al Colosseo, le foto con i centurioni, il candelabro a sette bracci sui bassorilievi dell’Arco di Tito, la storia dell’inizio della Diaspora dopo la distruzione del Santuario a Gerusalemme… Loro mi guardano trasognati, sembra tutto così lontano e così vicino! Andiamo a piedi fino alla Fontana di Trevi, gettano una monetina ed esprimono un desiderio, è un desiderio di pace? O forse come tutti i ragazzi della loro età è un desiderio d’amore, di successo, di ricchezza? Tutto li affascina. Entriamo in una farmacia, mi chiedono in che lingua parliamo, racconto che veniamo da Israele, racconto la loro storia, la cassiera e la dottoressa hanno gli occhi lucidi e il trucco comincia a sciogliersi. Nadav mi chiede se sono ebree, dico di no, lui le guarda, «Gli italiani sono un popolo di buone persone» mi dice ed esce su via Del Corso con un’espressione dolcissima. In ogni posto in cui arriviamo insistono per donare qualcosa a questi ragazzi provati dal dolore ma senza odio negli occhi, qualcuno pone sul loro capo la mano per una benedizione quasi a benedire, attraverso loro, tutto il popolo d’Israele. Tutti coloro che soffrono. Arriviamo al Gianicolo un minuto prima che spari il cannone, paradosso per noi andare a vedere un cannone che spara per avvertire che è arrivato mezzodì… facciamo in tempo a vedere il teatro dei burattini con Pulcinella e arriviamo alla Chiesa di san Pietro in Vincoli un attimo prima della chiusura e i ragazzi mi chiedono perché il Mosè di Michelangelo sia in una chiesa, spiego loro che Mosè è un simbolo anche per il cristianesimo e loro mi ascoltano ammirati. Quante cose non sapevano! Si fotografano davanti a ogni fontana, alle Smart che non conoscevano, insieme ai carabinieri, insieme alle statue viventi che ci sono a ogni angolo di Piazza Navona e si stupiscono di tanta bellezza, di tanta gentilezza, della simpatia delle persone con cui vengono a conoscenza e delle affinità che scoprono di volta in volta.

Prima dal Rabbino, poi dal Papa, cantando
La sera, nella grande Sinagoga, il Rabbino parla della Torà e dedica loro parole d’affetto mentre lo guardano con gli occhi scintillanti stupiti da tutto questo amore. Finalmente un po’ d’amore, ed è tanto per chi ha intorno tanto odio, per chi sogna ogni notte che all’improvviso entrano in casa sua e sparano all’impazzata inbrattando tutto, distruggendo tutto. Arriviamo a Piazza San Pietro Domenica alle 11,48, vediamo centinaia di persone che attendono qualcosa… i volti protesi verso un punto lì in alto. Realizzo che siamo arrivati nel momento preciso in cui il Papa parla ai suoi fedeli: una grande finestra con un drappo rosso sul davanzale si apre e il giubilo generale è alle stelle, quando i ragazzi vedono la figura tutta bianca del Papa e sentono la sua voce mi guardano increduli: «È il Papa? È proprio lui?». Anche loro ricordano che appena due anni fa era in Israele. Ricordano quel periodo come un sogno dove ancora c’era serenità. Fanno palloni con i big bubble, si innamorano dei supplì al telefono e della “pizza di Boccione”, il tipico dolce ebraico del ghetto, baciano e abbracciano tutti e chiedono informazione su tutto, da cosa rappresentano i graffiti sui muri ai nomi di tutti i luoghi che hanno visitato per incatenarli nella mente e non dimenticarli più. Quando ci incontriamo con i rappresentanti della Comunità ebraica leggono a voce alta una lettera di ringraziamento anche a nome dei loro amici per tutte le cose meravigliose che hanno ricevuto. Il pubblico ascolta silenzioso, commosso. Poi Zlila, suono melodioso di nome e nella vita, si alza e come investita da un’aura divina chiede di leggere a voce alta alcuni versi scritti dal compagno poeta profeta, prima di essere ucciso: «Sul monumento al dolore e alla tragedia/Nessun terrore né arma hanno il sopravvento/Perché la luce è dentro di noi/Affinché si continui di generazione in generazione…». Poi con una voce che sembra entrare in tutti gli interstizi dell’essere intona: «Osé Shalom Aleinu – Colui che fa la pace su noi…» E cantiamo. Sperando che sia vero. Che le guerre si vincono con i canti. Si vincono continuando a cantare e a credere. Sperando che tutto il bene che abbiamo vissuto in questi tre giorni trionfi su tutti i mali del mondo.

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