…che Fi farebbe bene ad evitare

Di The Silver Team
12 Dicembre 2002
I centristi chiedono a gran voce a Berlusconi di essere adeguatamente rappresentati

I centristi chiedono a gran voce a Berlusconi di essere adeguatamente rappresentati. Se Berlusconi dovesse dare loro ascolto mal gliene incoglierebbe. Quanti posti di governo e di sottogoverno dovrebbero cedere per essere alla pari con il loro peso elettorale? Piazzati in prima fila al congresso i vari Gava, Forlani, Andreotti, Mannino, ribattono che non si è alla presenza della riedizione della vecchia Dc ma di un nuovo soggetto, portatore di un progetto culturale autonomo e innovatore. Ed è sulla forza di questo progetto che chiedono di essere valutati e, quindi, “adeguatamente rappresentati”. E intanto il progetto culturale autonomo viaggia sulla conta delle tessere dei vari Tabacci, Santuz, Prandini, Totò Cuffaro, Sanza, Fontana. E ne fa le spese Buttiglione, l’unico Dc non di lungo corso, eletto presidente e subito messo sotto tutela. Sbaglierebbe chi pensasse che i problemi all’alleanza di maggioranza possano venire dall’Udc. Quando Buttiglione ha annunciato una Udc «pronta a lasciare le poltrone», in sala ha raccolto il gelo. I problemi sono problemi di macelleria: a chi debba andare la polpa, a chi il filetto, a chi la noce. I problemi alla maggioranza possono venire solo da Forza Italia. Fi deve decidere se assumersi consapevolmente il ruolo di partito di stragrande maggioranza relativa, affidatole dal 30% degli italiani. Fi deve raccogliere le “sfide” dell’Udc e le “provocazioni” della Lega (il politically correct vuole che alla presenza di Udc si parli di sfide, e di provocazioni in presenza della Lega). Non può continuare a rispondere affidandosi unicamente alla capacità mediatrice di Berlusconi. Federazione con il centro? Può essere, ma l’appuntamento è tanto lontano da perdere di interesse. Cirino Pomicino ambisce ad essere il cavallo di Troia in Fi. Per ora provi ad interrogarsi su chi ha introdotto il cavallo di Troia di un’idea tanto balzana nel suo cervello. Incominciamo a stabilire che chi è dentro in Fi è dentro, e che chi è fuori è fuori. Fatta chiarezza si avvii un processo di democratizzazione interna troppo a lungo rimandato. Il partito riformista è e deve essere Fi. Essa non deve fare altro che rimanere fedele alle proprie origini. Qualcuno ogni tanto s’interroga (il politically correct suggerisce di aggiungere “disinteressatamente”) sulla vocazione forzista del governatore della Lombardia Formigoni. Ma Formigoni è, non tanto paradossalmente, il più forzista di tutti. E questo vale con eguale forza per le realtà che a lui fanno riferimento. Oppure credete che queste possano intendersela con i signori delle tessere, in altre parole con i campioni di una realtà che, finito il vecchio collateralismo e senza rappresentanza civile, sono condannati a una politica che nasce e muore con sé stessa? L’esperienza della giunta lombarda traduce in dato amministrativo la capacità riformatrice dei princìpi che hanno fatto nascere Fi. A ben guardare, nella sua essenza politica la giunta lombarda non è altro che questo. Il movimento non può che essere duplice: un invito a tutti i riformisti d’Italia a trovare casa in Fi. Un invito a Fi ad accogliere nella propria casa i riformisti d’Italia. Il partito da parte sua deve ancorarsi strettamente a questo doppio movimento. Ma ogni dibattito, o idea o iniziativa, che in un qualche modo mostri un qualche grado di parentela e da qualsiasi parte provenga, deve essere accolta favorevolmente.

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