Auditel, la casa dei vetri sporchi

Di Gisotti Roberta
12 Dicembre 2002
Quel segnale orario con 3 milioni di spettatori, quella Tv chiusa ma con 230mila fedeli “Quelli che il calcio”. E se l’Auditel servisse solo per fissare i prezzi della pubblicità?

re 21 del 15 luglio 2000, un violento temporale costringe Rai1 ad interrompere il programma “Mara e Katia verso Oriente”, in collegamento dalla piazza del duomo di Lecce: per un quarto d’ora va in onda il segnale orario. L’Auditel certifica che quelle lancette hanno incantato davanti alla Tv 3 milioni di spettatori. Anno ’98, la Magistratura sigilla dal 16 al 18 dicembre le apparecchiature di Telecapri. L’Auditel registra 230mila persone che per tre giorni continuano a seguire i programmi inesistenti dell’emittente campana. Solo due episodi fra tanti di una “favola” avvincente: per 16 anni, ci hanno raccontato che l’Auditel era una Casa di Vetro, trasparente nella gestione ed affidabile nel metodo, e tutti ci abbiamo creduto: chi lavora in Tv e tutto il pubblico a casa. Guai a mettere in dubbio la veridicità di questi dati, ogni giorno pubblicati sulla stampa, come informazione d’interesse primario nella vita del Paese: pena l’essere tacciato di ignoranza, mancanza di buon senso, eticità. Del resto ancora oggi nelle redazioni di tutti i programmi e dei telegiornali alle 10 del mattino si consuma il dramma quotidiano della lettura dei dati Auditel, in base ai quali si viene processati pubblicamente, senza il beneficio della difesa e con giudizio senza appello. L’era dell’Auditel rimarrà nei libri di storia come un periodo di tirannia assoluta, che ha segnato una perversa sovrapposizione tra società mediatica e società politica. Società mediatica imperniata su uno strumento tanto fallace, l’Auditel, in base al quale viene però configurata l’intera offerta televisiva, non più pensata ed ideata per informare, educare, intrattenere, divertire ma finalizzata unicamente a vendere pubblico per il mercato pubblicitario. Società politica che ha abdicato alla sua prerogativa di formare l’opinione pubblica attraverso regole democratiche di rappresentanza civile, affidandosi anch’essa alle tabelle e ai grafici dell’Auditel, che hanno assunto anche la valenza di consenso, oltre che veicolo di valori, stili di vita e tendenze al consumo, imposti come scelte di una maggioranza impalpabile ma dominante. In realtà l’Auditel è una favola, ben lontana dalla verità degli ascolti televisivi: registra solo apparecchi accesi e spesso confonde perfino i canali sintonizzati. Il suo campione di riferimento è formato da circa 5mila famiglie, la cui lista è segreta perfino alle autorità dello Stato; né sono state rivelate le 10mila famiglie che dovrebbero essere già uscite dalla ricerca, dove restano in media 5 lunghi anni. è un campione di consumatori-acquirenti e non di cittadini-utenti e rappresenta il 10% della popolazione, poiché solo 1 famiglia su 10 accetta di entrare nell’indagine. Non dà certezza sul numero di persone davanti alla Tv, e non valuta se un programma piace o meno e quali sono le attese del pubblico. è un sistema inaffidabile che non misura la qualità ma neanche la quantità. I suoi dati sono elaborati in modo distorsivo, per cui basta restare sintonizzati per 31 secondi – arrotondati al minuto – per essere conteggiati nel pubblico di quel programma; basta soffermarsi qualche istante davanti allo schermo magari solo per curiosità per un immagine inconsueta o anche per biasimo o disgusto per una scena violenta, volgare, kitsch, idiota e si concorre a creare il picco d’ascolto che il giorno dopo sarà lodato, premiato e preso a modello nelle redazioni televisive. è un sistema fuorviante per l’uso che se ne fa di giudice supremo e insindacabile dei programmi e purtroppo sempre di più anche dei telegiornali.
* autrice di “La favola dell’Auditel” – Editori Riuniti

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