Eva scaccia Adamo (ma non Hitler)
Quando nel 1871 Charles Darwin fece seguire L’origine dell’uomo a L’origine della specie, non stava prendendo in considerazione solo l’uomo generico, o, come dice il Dizionario francese: “uomo – termine generico che comprende la donna”, bensì quello che egli, fedele al mito scientifico allora di moda, era sicuro fosse “il primo sesso”. Steve Jones, professore di Genetica alla University College di Londra, nella sua opera dal titolo provocatorio Y: L’origine dell’uomo ha dimostrato in maniera devastante non solo che adesso geneticamente – ed anche socialmente e a livello formativo – il maschio è il secondo sesso, ma anche che il cromosoma Y è biologicamente ridondante, e lo è sempre di più, in quello che i biologi vedono come “una femmina sminuita” e “l’unico errore della natura”.
Ogni volta che l’uomo fa all’amore produce abbastanza sperma da fecondare tutte le donne d’Europa. Allora a cosa serve avere tanti uomini? Anzi, a cosa servono gli uomini, adesso che la selezione di cellule tramite fluorescenza è già stata utilizzata sul bestiame e, assortendo le cellule, sono nate nel 1999 le mucche Charity, Clover e Chloe? Nel giro di un’ora, il congegno per assortire le cellule tramite florescenza può suddividere in cromosomi X e Y ben dodici milioni di spermatozoi di toro. Fino a poco tempo fa bastava la banca dello sperma di 500 tori, a Ilchester nel Somerset, per fecondare tutte le mucche britanniche. Adesso non solo sono ridondanti, ma nemmeno nascono più, ben 500.000 vitellini maschi: essi sono inutili perché non danno latte.
Gli uomini, fa notare Jones, producono una quantità spropositata di spermatozoi nelle loro 50 miliardi di copule annue. Ogni secondo, i loro duecentomila miliardi di litri di sperma globale sono premiati con solo 5 nascite. Dal canto loro, per ottenere lo stesso risultato, nel volgere dello stesso ticchettio di orologio le donne del mondo devono contribuire appena 400 ovuli.
Gli uomini, semplici condotti genetici
Lo squilibrio cellulare sta al cuore della mascolinità. Conferisce ai maschi una vita sessuale più semplice di quella delle loro partner, insieme però ad una serie di particolarità, dal numero più alto di suicidi, di tumori e di miliardari, alla scarsità di capelli sulla testa. «I maschi – scrive Jones – agiscono nel proprio interesse, ma incidentalmente eseguono una funzione vitale nell’evoluzione, poiché agiscono come condotti genetici attraverso i quali i geni si diffondono fra le femmine. Senza il loro aiuto, tutte le nuove mutazioni sarebbero confinate ai diretti discendenti dell’individuo in cui sorgono, e la vita diventerebbe un multiplo di cloni piuttosto che un insieme di alleanze biologiche instabili che si formano ripartendo da zero, ogni volta che uno spermatozoo incontra un ovulo. Gli uomini permettono alle donne di aggregarsi. Formano legami fra le famiglie e permettono di testare i geni mettendoli alla prova in natura, in coalizioni nuove e probabilmente fruttuose. Per quanto gli uomini siano antieconomici, una volta sviluppati attraverso l’evoluzione è quasi impossibile fare a meno di essi. Un certo gruppo di animaletti d’acqua dolce riuscì a sbarazzarsene cento milioni di anni fa, ma per tutti gli altri, di quando in quando, una botta di maschilità è necessaria».
Fu una donna, Nettie Maria Stevens, a scoprire il cromosoma X femminile e il cromosoma Y maschile nello sperma degli insetti della farina, nella stessa epoca in cui Einstein stava trasformando la fisica con la teoria della relatività. Ora il Progetto Genoma Umano dimostra che il cromosoma Y, che è esclusivamente degli uomini e rappresenta solo un cinquantesimo del genoma totale, è una metafora microscopica di coloro che lo portano, poiché è il più marcio, ridondante e parassitico di tutti i parassiti marci e ridondanti della doppia spirale.
«I maschi si sono sviluppati per impedire alle femmine di diventare dei cloni. Tuttavia, mentre la cima della Y può collegarsi con la X, il gambo non ha modo di rinnovarsi attraverso una nuova combinazione spermatozoo-ovulo, e marcisce. In alcune specie, come nei canguri, è già minuscolo, mentre in altre come in quella del ratto “vole”, è scomparso. I maschi sono, sotto molti aspetti, parassiti delle loro partner. Hanno interesse a persuadere l’altra a investire nella riproduzione, mentre essi stessi fanno il meno possibile. Come tutti gli elementi nocivi, dai virus alla tenia, costringono le loro riluttanti padrone di casa ad adattarsi o ad essere sopraffatte. Mentre l’ospitante si evolve per far fronte al suo visitatore indesiderato, i due contraenti entrano in una danza biologica».
«La vita è riuscita ad andare avanti senza maschi per il primo miliardo di anni, gran parte dei quali trascorsi sotto forma di singole cellule in tanti laghetti caldi. Poi, in qualche Eden antico e neutrale, il frutto dell’albero della conoscenza sessuale – una nuova mutazione – persuase i membri di un dato clone a fondersi con le cellule di un altro, per poi dividersi. Questa idea ingegnosa è una buona notizia per il nuovo gene, dato che raddoppia la velocità della sua diffusione, ma lo è molto meno per coloro che lo ricevono, che sono costretti a copiare il Dna in più. Immediatamente emergono due fazioni, una ansiosa di imporsi all’altra. Così fu inventato il sesso. Ben presto uno dei due contendenti cominciò a barare. Le cellule grandi sono antieconomiche ma sono più abili a suddividersi perché hanno maggiori riserve di cibo. Le cellule piccole sono meno onerose da creare, ma non possono permettersi di spaccarsi. La sola possibilità di successo per loro sta nella fusione con una cellula grande. Così erano comparsi sulla scena i primi maschi».
La decadenza maschile in cifre
L’uomo prometeico ha certamente modificato e dominato il mondo, ma ad un prezzo. Per i maschi la vita è dura e lo diventa sempre di più. I gemelli maschi vengono abortiti più facilmente, i bebé maschietti maturano più lentamente, soffrono più danni cerebrali e senza doppi cromosomi XX sono più soggetti a malattie genetiche. Fino all’età di cinquant’anni il saldo è più o meno uguale ma, arrivati a 80 anni, solo un terzo della popolazione è maschile e solo un decimo, rispetto alle donne, ce la fa a diventare centenaria. Il testosterone non solo uccide le cellule del sistema immunitario contro il cancro e le infezioni, ma raddoppia anche il tasso di suicidi e le morti per incidente dei giovani maschi, mentre raddoppia la mortalità relativa degli scapoli. Un basso tenore di vita costituisce una minaccia per la vita, ma lo è anche il mondo di lusso che è stato creato grazie alla maschile competizione scientifica. I conteggi dello sperma occidentale si sono dimezzati negli ultimi 40 anni, spesso per colpa dei pannolini di plastica, dello stare seduti in macchina e del vivere in un ambiente comodo fatto di plastiche, vernici, pesticidi, fluidi per il lavasecco e detergenti. Sono poche le sostanze chimiche che conferiscono la mascolinità; molte la tolgono. Su Cosmopolitan oggi sono raddoppiati gli uomini spogliati come lo erano fino a poco tempo fa le donne. Questi nuovi oggetti sessuali sono un segno dei tempi, mentre passiamo da contadini stanziali a cacciatori raccoglitori mobili del supermercato, dove le donne non sono solo intente a fare la spesa ma anche a controllare il bilancio familiare. Non è la forza fisica dei minatori ciò che serve adesso, ma le abilità interpersonali dell’economia dei servizi. Il 70% dei manager nel settore dei media sono donne. In un mondo di management piuttosto che di scambi i valori macho sono diventati imbarazzanti. L’adattabilità e l’intuizione sono qualità preferite all’aggressività. Dunque non siamo più saggi di prima, ma meglio informati allorché il professor Jones conclude con l’altezzosità imperiale e fintamente pilatesca dell’osservatore scientifico: «Il secolo di progresso in biologia, dai tempi de L’origine dell’uomo di Darwin, ha dato alla morte un pene, e agli uomini stessi la consolazione di sapere perché il loro organo sia così pericoloso. Come decideranno di affrontare il problema è un’altra questione, che – come capita spesso nelle faccende umane – con la scienza ha poco a che fare».
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