Betlemme, città disperata
La conferma più drammatica viene da Betlemme. In Galilea avevamo incontrato un pullman di pellegrini italiani. Hanno in programma di dir Messa nella grotta della Natività a Capodanno. Proviamo ad andarci anche noi. Al check point israeliano, con qualche cautela, ci lasciano passare. Ma sono i tassisti arabi, al di là, a rifiutarsi di portarci: la chiesa è chiusa, la città è chiusa, in strada non c’è nessuno. I giorni seguenti, stessa storia: c’è il coprifuoco, non si può entrare. Per fortuna incontriamo Gianni, un volontario di Brescia che gestisce a Betlemme un forno per i poveri (dovunque in Palestina le opere dei religiosi sono rimaste l’unico punto di speranza per tutti, cristiani e musulmani). Saliamo in macchina con lui, tutti lo conoscono, ci lasciano andare. La panetteria dei salesiani distribuisce pane gratuitamente a duecentocinquanta famiglie. Le strade deserte, i negozi desolatamente chiusi, per strada pochissima gente, in giro evidentemente senza scopo. Nella chiesa della Natività oltre i frati ci siamo solo noi. «Pensate se a Venezia per due anni non arrivassero più turisti». Ci dice Gianni: «Qui non si viveva d’altro, la gente è disperata. I musulmani sono abituati a vivere di carità, ma i cristiani no, vogliono lavorare.
E appena possono
se ne vanno».
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