Betlemme, città disperata

Di Persico Roberto
09 Gennaio 2003
La conferma più drammatica viene da Betlemme. In Galilea avevamo incontrato un pullman di pellegrini italiani

La conferma più drammatica viene da Betlemme. In Galilea avevamo incontrato un pullman di pellegrini italiani. Hanno in programma di dir Messa nella grotta della Natività a Capodanno. Proviamo ad andarci anche noi. Al check point israeliano, con qualche cautela, ci lasciano passare. Ma sono i tassisti arabi, al di là, a rifiutarsi di portarci: la chiesa è chiusa, la città è chiusa, in strada non c’è nessuno. I giorni seguenti, stessa storia: c’è il coprifuoco, non si può entrare. Per fortuna incontriamo Gianni, un volontario di Brescia che gestisce a Betlemme un forno per i poveri (dovunque in Palestina le opere dei religiosi sono rimaste l’unico punto di speranza per tutti, cristiani e musulmani). Saliamo in macchina con lui, tutti lo conoscono, ci lasciano andare. La panetteria dei salesiani distribuisce pane gratuitamente a duecentocinquanta famiglie. Le strade deserte, i negozi desolatamente chiusi, per strada pochissima gente, in giro evidentemente senza scopo. Nella chiesa della Natività oltre i frati ci siamo solo noi. «Pensate se a Venezia per due anni non arrivassero più turisti». Ci dice Gianni: «Qui non si viveva d’altro, la gente è disperata. I musulmani sono abituati a vivere di carità, ma i cristiani no, vogliono lavorare.
E appena possono
se ne vanno».

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