Domande dalla Baviera italiana

Di The Silver Team
16 Gennaio 2003
Metti una sera a cena con Roberto Formigoni, sei importanti imprenditori brianzoli e uno di Rossano Veneto, paese di ottomila anime e undicimila partite Iva

Metti una sera a cena con Roberto Formigoni, sei importanti imprenditori brianzoli e uno di Rossano Veneto, paese di ottomila anime e undicimila partite Iva. Il giornalista al seguito informa i convenuti che, secondo il settimanale americano Newsweek, la “banana blu” dell’economia europea, arco Manchester-Milano, assegnerebbe alla (se fosse indipendente) Lombardia – 9milioni di abitanti, 800mila partite Iva – il record di benessere e Pil in Europa. «Presidente, com’è andata in Cina?». «Bene, prima di Natale abbiamo portato a Pechino un centinaio di imprese lombarde, hanno firmato una marea di contratti, ho incontrato due (su nove ndr) dei nuovi membri del Politburo, il vescovo di Hong Kong, i responsabili dei piani di sviluppo, si attendono una borghesia di 200 milioni di unità per il 2005, attualmente la popolazione ha raggiunto il miliardo e trecento milioni, la Cina ha il non lieve problema demografico di 80 milioni di uomini in eccedenza rispetto alle donne (per i semplici motivi raccontati in Vita segreta delle donne nella Cina d’oggi, Sperling&Kupfer, ndr). Lo sfruttamento capitalistico non è più in Europa, loro lavorano tredici quattordici ore al giorno, per 30-40 dollari al mese, e niente sindacati, niente diritti, niente libertà. D’altra parte, chiudere alla Cina non conviene né ai cinesi, né a noi. Me l’ha detto anche il vescovo di Hong Kong, che pure ha parecchi fratelli in galera: “più scambi commerciali in cambio dei diritti umani, più aiuti occidentali in cambio di libertà”. La Cina rurale è ferma all’’800, i contadini arano i campi col bue attaccato al giogo e un chiodo che tira su le zolle. Ho detto: i trattori no? Risposta: a 800 milioni di contadini?». Il cementiere di Varese: «Presidente, ma sa che questi cinesi ci stanno copiando tutto e che esportano in Italia i nostri prodotti taroccati a prezzi stracciati, sa, coi costi di lavoro che abbiamo noi…». L’industriale tessile: «Presidente, io faccio foulard, ma sa che a Cantù gli orlatori sono tutti cinesi e che il loro lavoro di cucitura è quello di sostituire le etichette made in Cina con quelle made in Italy?». L’imprenditore e commerciante in pelli: «Presidente, sa che a Prato risiedono 25mila cinesi – i dati ufficiali fanno ridere, dicono che sono solo 5mila – che vivono, mangiano, dormono in due metri quadrati, e che quando crepano li seppelliscono nei cortili delle case, il passaporto lo spediscono in Cina e via con i rimpiazzi, tanto chi lo riconosce un cinese dall’altro? Non può dire al suo collega della Regione Toscana di piantarla di fare lo struzzo?». Il Presidente: «Si può fare qualcosa, adesso la Cina è nel Wto, dovrà anche accettarne le regole…Però io sono ottimista, sapete che uno degli imprenditori venuti con me a Pechino è riuscito a chiudere un contratto per esportare in Cina il riso padano? Avete capito bene: noi che vendiamo riso anche ai cinesi!? Creatività, qualità, innovazione, sono questi gli assi nella manica del made in Italy».

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