Sorprenditi. E fanne mercato
Jonathan Sacks, Rabbino capo della United Hebrew Congregation [Congregazione ebraica unita] del Commonwealth, è convinto che «All’idea di ragionare insieme è stato inferto un colpo mortale nel XX secolo con il crollo del linguaggio morale, la sparizione dell’espressione “io dovrei” e la sua sostituzione con “io voglio”, “io scelgo”, “io sento”. Sugli obblighi si può discutere. I desideri, le scelte e i sentimenti invece possono solo essere o soddisfatti o frustrati».
Globalizzazione e religione
Sacks cerca di stabilire due principi essenziali. Primo, che l’economia e la politica della globalizzazione hanno una dimensione ineluttabilmente morale. Secondo, che inopinatamente le comunità religiose del mondo non sono più marginali rispetto alla politica internazionale. I metodi dei terroristi l’11 settembre furono quintessenzialmente moderni – il grattacielo, il jet, Internet – ma le loro idee religiose erano vecchie di secoli. Allo stesso modo la globalizzazione, da una parte ci avvicina gli uni agli altri, dall’altra ha creato un nuovo tribalismo. Se la religione non è parte della soluzione, diventerà sicuramente parte del problema. C’è una differenza fondamentale fra la pace dell’unità religiosa, da fine-dei-tempi, e la pace storica del compromesso e della coesistenza. Inseguire la prima può a volte portare ad essere i nemici più formidabili di quest’ultima. Per Sacks la globalizzazione solleva questioni vaste e mutevoli: troppo complesse per essere concettualizzate da un singolo gruppo o da una singola mente. Il rispetto profondo, il ritegno, l’umiltà, il senso dei limiti, la capacità di ascoltare e rispondere alla sofferenza umana – queste non sono virtù prodotte dal mercato, eppure sono gli attributi che ci occorreranno se la nostra civiltà globale vuole sopravvivere e sono parte essenziale dell’immaginazione. Le fedi religiose sono fenomeni globali con una portata più vasta e più profonda degli stati nazione. Sacks non crede che la fede religiosa dovrebbe entrare in una Guerra Santa con il Commercio Mondiale, ma deve informare di sé la globalizzazione poiché senza una dimensione morale le prospettive sono tremende.
Mercato, comunità e gli errori gemelli
È sbagliato opporci al mercato in via di principio, dice Sacks, perché esso è il modo migliore per alleviare la povertà e creare un ambiente umano di indipendenza, dignità e creatività. E poi perché il mercato incarna la diversità, fonte del valore e dei fondamenti della stessa società: è esattamente per il fatto che non siamo uguali come individui, nazioni o civiltà che i nostri scambi non sono a somma zero. Dato che ognuno di noi ha qualcosa che manca all’altro, e noi manchiamo di qualcosa che qualcun altro ha, traiamo profitto dall’interazione. È questo ciò che rende il commercio la forza alternativa più convincente alla guerra. Il mercato che domina il XXII secolo d’altra parte non riesce a coprire tutte le esigenze iscritte nell’avventura umana. Le società dipendono da certe relazioni, attualmente seriamente minacciate, e che si pongono al di fuori dei calcoli economici: le famiglie, le comunità intermedie, le congregazioni, le associazioni volontarie. La sociobiologia dimostra che la sopravvivenza di qualunque gruppo dipende non solo dalla competizione ma anche dalla cooperazione “da patto di alleanza” piuttosto che “da contratto”. Dunque per Sacks non bisognerebbe incorrere nell’uno o nell’altro dei due errori gemelli: opporci al mercato tout court, oppure lavarci le mani da qualunque responsabilità morale. Il mercato non è né più né meno di un meccanismo. Sta a noi imporre limiti e direzione. Le proteste che si limitano a una sola questione non ammettono la complessità e in ogni caso la protesta può solo essere un preludio al ragionamento dettagliato, alla costruzione di consenso fra gli interessi, in una parola: al dialogo. E tale dialogo deve avvenire specie fra le religioni, in un momento in cui sono in crescita i fondamentalismi anti-moderni. è qui che l’ebreo ortodosso sostiene che bisogna combattere la battaglia per la tolleranza, questione che il relativismo di sinistra, dice Sacks, non riesce ad affrontare in maniera convincente. Le religioni rivelate – ebraismo, cristianesimo ed islam – devono tornare ad ascoltare i loro testi nel presente: «La parola di Dio è per tutti i tempi, ma il nostro atto di ascoltare è di questo tempo; e la sfida è quella di discernere all’interno di quella parola, mentre ci parla adesso, un racconto di speranza».
Il fantasma di Platone e l’elogio della diversità
Ciò che ci acceca, dice Sacks, è un paradigma che ha dominato il pensiero secolare e religioso dell’Occidente dai tempi di Platone. È l’idea che nella ricerca della verità, i particolari siano imperfetti, fonte di errori e parrocchiali, mentre la verità è astratta, senza tempo, universale. L’effetto del “Fantasma di Platone” è stato devastante e tragico, dato che ogni verità – sia religiosa che scientifica – si è pretesa automaticamente come universale. La civiltà occidentale ha conosciuto cinque culture universaliste: Grecia, Roma, la cristianità medievale, l’islam e l’illuminismo. Tutte stavano alla diversità culturale come l’industrializzazione sta alla biodiversità. Estinsero le forme di vita più deboli. Diminuirono le differenze. Adesso il capitalismo minaccia tutti i fatti locali e tradizionali. Sacks afferma che il cuore del monoteismo non è l’uniformità dell’«un solo Dio, una fede, una verità, una vita. Al contrario, è quella unità che crea la diversità. La gloria del mondo creato è la sua stupefacente molteplicità. Non è una teologia di comunanza con le altre religioni ciò di cui abbiamo bisogno, ma una teologia della diversità e del perché la diversità è costitutiva della nostra umanità». Questa diversità si trova oggi ad affrontare molte forme di fondamentalismo – di mercato, scientifico, religioso – che è assolutizzazione di uno di questi fattori e rappresenta una minaccia al ricco ordito della nostra vita in comune. La natura e le società, le economie e i sistemi politici costruiti umanamente, sono sistemi di complessità ordinata. È questo ciò che li rende creativi e imprevedibili. Qualunque tentativo di imporre loro un’uniformità artificiale in nome di una singola cultura o fede rappresenta una tragica incomprensione di quello che serve per far prosperare un sistema.
Vuoi la pace? Vai al Mercato
Un istinto primordiale che risale al passato tribale dell’umanità ci fa guardare alla diversità come a una minaccia. Questo istinto è enormemente disfunzionale in un’epoca in cui i nostri vari destini sono interconnessi. Paradossalmente, è il mercato – questo contesto meno apparentemente spirituale di tutti – a trasmettere un messaggio profondamente spirituale: consiste nel fatto che è attraverso lo scambio che la diversità diventa una benedizione, non una maledizione. Quando la diversità porta alla guerra, entrambi i contendenti perdono. Quando porta al reciproco arricchimento, entrambi ci guadagnano. Le crisi avvengono quando cerchiamo di affrontare le sfide di oggi con i concetti di ieri. «Io parlo dall’interno della tradizione ebraica, ma credo che ognuno di noi, all’interno delle proprie tradizioni – religiose e laiche – deve imparare ad ascoltare e a farsi sorprendere dagli altri. Dobbiamo aprirci alle loro storie, che possono essere profondamente in contrasto con le nostre. Dobbiamo perfino, a volte, essere pronti ad ascoltare il loro dolore, le loro umiliazioni e il loro risentimento e scoprire che la loro immagine di noi è ben diversa dall’immagine che abbiamo di noi stessi. Dobbiamo imparare l’arte della conversazione, da cui la verità emerge non, come nei dialoghi socratici, dalla confutazione della falsità, ma dal processo ben diverso che consiste nel permettere che il nostro mondo si allarghi con la presenza di altri che pensano, agiscono e interpretano la realtà in modi radicalmente diversi dai nostri. Dobbiamo occuparci del particolare, non solo dell’universale».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!