D’Agostino dai Grande Anelli. Roba da Oratorio?

Di Mamma Oca
23 Gennaio 2003
“Ecco le voci, già sentite, negli anni ‘70”

È tornata la Compagnia dell’Anello, al cinema con la seconda parte della trilogia di Tolkien, Le Due Torri, ed è già successo. Nel coro dei suoi entusiastici sostenitori, soprattutto ragazzi/e, affascinati da Frodo e dai suoi amici, che incontrano ogni sorta di pericolo in questa storia, on the road, per distruggere l’Anello del Potere, ecco le voci contrarie, già sentite, sia negli anni ’70, quando in Italia si cominciava a leggere il libro, sia lo scorso anno quando uscì il primo episodio dell’epica storia. E se i fans sono soprattutto giovani, incuriositi e forse delusi dai valori che nel mondo di oggi vengono proposti, e trovano ne Il Signore degli Anelli quegli ideali cui l’uomo, seppur confuso, tende: l’eterna lotta tra bene e male, l’amicizia duratura, un compito da portare a termine, uno scopo da perseguire, l’amore eterno, l’eroismo, una casa cui tornare; chi sono i suoi detrattori, se non vecchietti/e, oggi ben rappresentati dalla frase di R. D’Agostino «Bene e male? Roba da oratorio» (parole già sentite, parecchie volte, dal ’70 ad oggi, in varie salse). D’altra parte se è roba da oratorio, e i giovani notoriamente non ci vanno più, perché il film è così visto e, soprattutto, il libro è così letto? Forse parole come bene, male, libertà, verità, evocano un compito, una responsabilità nei confronti del mondo, che il principio di piacere, cui questi signori/e si ispirano, non tollera? O forse più semplicemente anche loro cercano l’Anello del Potere, certo non per distruggerlo ma per usarlo, non conoscendone il rischio: «Un mortale che possiede uno dei Grandi Anelli, non muore, ma non cresce e non arricchisce la propria vita: continua semplicemente, fin quando ogni singolo minuto è stanchezza ed esaurimento». A ben vedere, e fuor di metafora, forse già lo possiedono.

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