La libertà non è un arcobaleno

Di Newbury Richard
20 Febbraio 2003
Dopo decenni di politically correct e autodemolizione della nostra civiltà, riemerge (da Londra) un’urgenza (realistica) di protagonismo dell’Occidente. Ecco perché il mondo comune ha bisogno che l’Imperatore Usa impari (dall’Inghilterra) l’arte di governare

L’impero britannico, o Angloglobalizzazione, ha oggi delle lezioni da impartire alla comunità mondiale, in particolare alla nuova super potenza globale Usa, frutto essa stessa del Primo Impero Britannico? Questa è la domanda che lo storico revisionista di Oxford, Niall Ferguson, solleva sia nel suo nuovo saggio (Impero, Penguin London, pp. 392 £ 25) sia nella serie in sei puntate registrate per la rete televisiva Canale 4.

Autoflagellazione e necessità (pratica) di un Impero d’Occidente
Il fatto che in Tv lo segua un pubblico regolare di 2,2 milioni di persone dimostra che forse c’è stato un cambiamento immenso nell’opinione pubblica dall’epoca della dichiarazione Onu di Durban (2001) secondo cui «la colonizzazione ha portato al razzismo, alla discriminazione razziale, alla xenofobia e all’intolleranza» o rispetto a quanto ancora si può leggere nel sito storico della Bbc, secondo cui «l’impero britannico assurse a grandezza grazie all’uccisione di molte persone e il furto dei loro Paesi… Cadde a pezzi a causa di personaggi come il Mahatma Gandhi, rivoluzionario eroico, sensibile ai bisogni della sua gente».
Ferguson è pronto ad ammettere che l’Impero britannico ebbe dei difetti ma afferma anche che, nel bene e nel male, «creò il mondo moderno» e «funzionò da strumento per imporre i liberi mercati, il dominio della legge, la protezione dell’investitore, e un governo relativamente non-venale» per mezzo di ciò che lo storico chiama «lo Stato sentinella di notte», con un potere politico diffuso e una ricchezza altrettanto diffusa. Come potrebbe essere diverso il mondo se New York fosse rimasta New Amsterdam, se i francesi avessero conquistato l’America del Nord, l’India avesse vinto la guerra dei sette anni o fosse tornato l’Impero Mughal dopo l’Ammutinamento indiano o se avessero vinto gli imperi giapponese o tedesco?
Chiaramente in tale caso certi tratti tipicamente britannici non sarebbero stati disseminati globalmente: la lingua inglese, le forme inglesi di proprietà terriera e di registrazione, che permettono di raccogliere il capitale attraverso i sistemi bancari britannici, la Common Law, il cristianesimo, gli sport di squadra, le assemblee rappresentative e l’idea di libertà, o fair play, che limitavano gli eccessi repressivi e dettero all’impero una caratteristica auto-liquidante. Anzi, a partire dalla Commissione Parlamentare di Durham del 1837, la politica ufficiale inglese fu quella di educare all’autogoverno. Naturalmente i liberali, da Adam Smith in avanti, credettero che la colonizzazione avesse distorto i mercati e scoraggiato gli investimenti e l’innovazione industriale autoctona, mentre altri credettero che la decolonizzazione dal 1840 avrebbe prodotto un dividendo sulle tasse del 25%. Tuttavia, come si sta rendendo conto oggi il nuovo villaggio globale, non è possibile avere i benefici del commercio internazionale senza i costi della stabilità politica e di un libero mercato fatti rispettare da un imperium.

All’inizio furono pirati. Poi gli inglesi fecero il mondo moderno
Nei duecento anni successivi alla prima regina Elisabetta, gli inglesi fondarono l’Impero più grande del mondo, con 43 colonie sparse per cinque continenti già prima del 1815. Un Impero costruito rubando agli spagnoli, copiando gli olandesi, battendo i francesi e saccheggiando gli indiani, in una progressione che li condusse dal mestiere di pirati a quello di mercanti a quello di governatori. Ma quando divennero governatori, compresero che la sola potenza finanziaria e commerciale non bastava più. Nel momento in cui, fra il 1600 e il 1950, venti milioni di emigranti lasciarono le isole britanniche e tinsero di bianco interi continenti, gli inglesi compresero che occorreva anche una colonizzazione. A parte coloro che “attraversarono il deserto” dell’Atlantico alla ricerca della libertà religiosa (i “padri pellegrini”, cristiani protestanti perseguitati in Inghilterra, fondatori dell’America, ndr), in maggioranza erano schiavi bianchi – vincolati al lavoro da un contratto a termine inscindibile – e in Australia erano dei carcerati (i galeotti delle prigioni londinesi, deportati in Australia su caravelle inglesi, ndr). La mancanza di mano d’opera nei Caraibi e nell’America del Nord fu il motivo per cui a questo milione di immigranti bianchi si aggiunsero forzosamente 3,5 milioni di schiavi neri.
Ovviamente, per un Paese che una volta faceva il trasportatore di schiavi, è paradossale che sia stata proprio la Marina britannica a imporre l’abolizione della tratta degli schiavi a livello internazionale. Per mantenere il suo Impero americano settecentesco, la Gran Bretagna fu tassata più pesantemente della Francia, nonostante che la Giamaica con il suo zucchero producesse il 500% dei profitti in più del New England. La presenza delle donne britanniche fece di questa colonia in crescita una vera Nuova Inghilterra, mentre il Sud America non era una Nuova Spagna. Anche la guerra di indipendenza americana, fortemente sostenuta dai Whig inglesi, non fu tanto una guerra di indipendenza, ma piuttosto una terza Guerra civile inglese (come quella che era stata combattuta nel Seicento in Gran Bretagna) per il diritto di controllo parlamentare sulla tassazione in America. E infatti, una volta risolta questa faccenda, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda sono rimasti “fedeli” alla Regina, un fatto di enorme importanza per la sopravvivenza britannica e per la vittoria nelle due guerre civili europee del Novecento.

La leggenda dell’antimperialismo americano
Purtroppo, il mito americano della libertà dalla “tirannide”, dei “patrioti” e della “tassazione punitiva”, non solo è falso come mito fondante ma si sta rivelando per loro controproducente. Infatti, un commerciante di Boston pagava una sterlina per ogni ventotto di tasse pagate da un commerciante di Londra. L’indipendenza comportò lo shock per la fine dei sussidi di Londra. La famosa rivolta del thè a Boston fu in realtà una ribellione dei contrabbandieri che erano stati messi sul lastrico dalla riduzione drastica della tassa sul thè a Londra. Non furono i patrioti che seguivano l’ideologia dell’Illuminismo anglosassone a vincere la guerra. La vinse il blocco navale francese. Tuttavia questo produsse, nonostante le sue colonie “spagnole”, la leggenda che l’America sarebbe anti-imperialista. Così, sia il primo che il secondo Impero britannico furono fatti cadere con lo stesso metodo. Non furono i nazionalisti educati nella Madre Patria, nei secoli diciottesimo e ventesimo, a far cadere i due imperi, ma l’intervento di altri imperi, in questo caso quello degli Usa e quello dell’Urss. Una delle mire degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, altrettanto importante quanto l’eliminazione dei Paesi dell’Asse, fu di smantellare l’Impero britannico e, naturalmente, entrare in quel quarto del mondo – l’Impero più il Sud America e la Cina – che costituiva l’area di scambio della sterlina. Gli Stati Uniti si stanno rendendo conto solo adesso che la Germania, il Giappone e l’Italia sono stati i suoi interventi coloniali di maggiore successo e che può darsi che debbano imporre forme simili di governo sul Medio Oriente. Lo smembramento veloce dell’Impero britannico non fu guidato da quello che il Primo Ministro Macmillan chiamava «i venti del cambiamento» dal Malawi o da Windhoek, ma da Mosca e da Washington. Fu la “falsa ideologia” degli Usa a portare allo smembramento dell’Impero, piuttosto che al suo acquisto come titoli in bancarotta, poiché la Gran Bretagna aveva acceso un mutuo sull’Impero per vincere la guerra, il cui saldo era in scadenza nel 2006. L’Impero britannico fu perduto nella Banca d’Inghilterra e nella Borsa di Londra, che nel 1914 era al centro del mercato globale e deteneva il 45% di tutti gli investimenti stranieri nel mondo. Mentre prima del 1914 i benefici dell’Impero avevano superato i costi, dopo il 1918 avveniva il contrario.

Cari Usa, avere un Impero significa avere un lavoro da fare
Forse che gli Stati Uniti stanno per spostarsi come l’Inghilterra vittoriana dall’impero informale delle Ong – che siano missionari africani o la Compagnia delle Indie orientali – agli imperativi di un Impero formale? Questa globalizzazione Anglo-Usa è sostanzialmente diversa per tre motivi. La Gran Bretagna era un’esportatrice massiccia di capitali e di persone; gli Stati Uniti sono il contrario – un massiccio importatore. Inoltre, il mito degli Usa nega il destino imperiale. «Eppure l’impero che regna oggi sul mondo è, al tempo stesso, un po’ più e un po’ meno del suo antecedente britannico. Ha un’economia molto più grossa, una popolazione molto più numerosa, un arsenale bellico-militare molto più importante. Ma è un impero che manca della spinta a esportare il suo capitale, il suo popolo e la sua cultura, verso quelle regioni arretrate che ne hanno più urgente bisogno e che, se trascurate, genereranno le peggiori minacce alla sua sicurezza. È un impero, per farla breve, che non osa dire il suo nome. È un impero in astinenza». Ferguson conclude notando che gli Stati Uniti dovrebbero trarre lezione dalla storia dell’impero inglese che, nel 1960, benché non fosse ancora giunto alla fine della sua parabola, fece dire al Segretario di Stato Dean Acheson «la Gran Bretagna ha perso un impero ma non ha ancora trovato un ruolo». Gli Stati Uniti hanno oggi assunto il ruolo che fu un tempo quello dell’impero britannico. Il problema è che non hanno ancora capito che avere un impero significa anche avere un lavoro da fare.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.