dialogo (non cataro) sulla Guerra

Di Tempi
20 Febbraio 2003
L’approccio “imperiale” di Ferguson che raccontiamo nella copertina di questa settimana

L’approccio “imperiale” di Ferguson che raccontiamo nella copertina di questa settimana ci sembra un interessante contributo al botta e risposta apparso sul Foglio del 13 febbraio tra Adriano Sofri e Giuliano Ferrara, l’uno contrario alla guerra, l’altro persuaso della legittimità dell’attacco all’Irak. Il ragionamento di Sofri prendeva spunto da un commento di Ferrara alle dichiarazioni pacifiste di Reinhold Messner, secondo il direttore del Foglio, un campione di “ingenuità”. Così, prendendo le difese dell”ingenuo”, l’ex leader di Lc ha scritto al direttore una lettera dove la tesi centrale è la seguente: «La differenza tra noi e Saddam Hussein non può essere questa: che Saddam usa la “sua” gente come carne da macello, e noi abbiamo a cuore la vita e il benessere e la dignità della gente “nostra”. La differenza dev’essere che noi consideriamo “nostra” anche la gente irachena – e afghana, e bosniaca del mondo intero». L’argomento di Sofri contro la guerra pretende avere conseguenze anche politiche. Spiega, infatti, che il limite dell’eredità illuminista e degli Stati Nazionali è proprio questo: escludere dal proprio orizzonte di tutela politica e responsabilità morale “i popoli altrui”. Insomma, sembra che Sofri voglia dire a Ferrara: non soltanto non è ingenuo il pacifismo non ideologico, ma esprime la più moderna delle concezioni politiche: «il vero orizzonte possibile – difficile, rischioso – dello sforzo di andare oltre la divisione del lavoro fra l’abitudine della guerra e lo sbandieramento della pace». Replica Ferrara: «Tu proponi l’abolizione del nemico e la cancellazione del limes, del confine. Se fosse un altro, uno sbandieratore di virtù, risponderei: vaste programme. E in un delirio di cinismo, aggiungerei che il nemico si abolisce a cannonate. Alla tua argomentazione, al tuo ideale regolativo in sé sommamente giusto e desiderabile, rispondo invece così, con una banalità politica e storica. La pace è degli imperi. Sempre relative e imperfette, le regole della pace nascono dal potere; dall’imperium». C’è un punto di incontro tra questi due approcci così lontani? Sì. Entrambi non si accontentano del cuore che si emoziona al garrire delle bandiere, degli slogan anestetizzanti, delle risposte strumentali per introdurre sulla scena altro (anche Saddam ha plaudito alle manifestazioni di pace svoltesi nel mondo: ma il suo obiettivo è un po’ diverso dal nostro, no?). Sia Ferrara, sia Sofri impegnano la ragione. Ma perché poi questi due amici raggiungono conclusioni così diverse? Non sbaglia Ferrara nel suo implacabile realismo quando con Tucidide, Machiavelli, Schmidt, ricorda che la storia dell’uomo è inscindibilmente legata alle forme della politica, la cui legge scientifica è la coppia oppositiva amico/nemico. Non sbaglia Sofri quando nel suo implacabile realismo ricorda che gli esseri umani non riescono proprio a rassegnarsi a non desiderare la pace e l’unità del genere umano. Hanno ragione entrambi, però uno va in guerra, l’altro no. Possibile che due osservazioni così pertinenti, reali, rispondenti all’esperienza umana conducano ad esiti così inconciliabili?

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