No alla guerra, sì all’America

Di Arrigoni Gianluca
20 Febbraio 2003
«La guerra di Bush? Non mi convince, ma Chirac e i pacifisti ancor meno. Non si può non stare dalla parte dell’America» Intervista alla storica Nicole Bacharan

In questi tempi difficili per chi, come noi, cerca di capire la complessità di un mondo che cambia – e che molti rifiutano proponendo di scegliere tra false alternative come il bene o il male, la guerra o la pace, gli amici o i nemici – presentare le buone e le cattive ragioni degli uni e degli altri, smascherandone le ipocrisie, non può che essere utile; un antidoto per non farsi travolgere dall’isteria collettiva.
La Francia chiede tempo per gli ispettori mentre gli Usa ribadiscono di volersi sbarazzare di Saddam Hussein. Ci aiuta a comprendere una situazione così complessa?
Quello che mi colpisce è sopratutto l’assenza di spiegazioni. I leader politici, sia in Francia che negli Stati Uniti, non rispettano il loro ruolo. Mi sembra che né il governo francese né quello americano aiutino la discussione. Né George W. Bush né Jacques Chirac spiegano il fondo del loro pensiero, le ragioni delle loro scelte politiche…
Cominciamo da Parigi. Quali sono le critiche che merita la diplomazia francese?
Chirac si fa portatore di un messaggio nobile e disinteressato, affermando di non volere la guerra e pronunciandosi per il disarmo dell’Irak. Meraviglioso! Formidabile! Non si può che essere d’accordo, ma in realtà la Francia ha in Irak importanti interessi commerciali. Meriterebbe di essere reso pubblico l’accordo petrolifero che sarebbe attivato a favore di Total-Fina-Elf nell’eventualità di una sospensione dell’embargo, accordo che un eventuale esilio di Saddam Hussein potrebbe rimettere in discussione. Le motivazioni del governo francese non sono di natura unicamente umanitaria ma strettamente legate a interessi economici. Un secondo punto debole della posizione francese è dimostrato dalla necessità di una minaccia di guerra, senza la quale non si sarebbe potuto ottenere nulla da Saddam. Da più di quattro anni gli ispettori dell’Onu non potevano entrare in Irak e solo la minaccia rappresentata da 150.000 soldati americani ai suoi confini ha spinto Saddam a qualche minima concessione. Quando la Francia afferma di voler mantenere la pressione sull’Irak ma di essere contraria alla guerra non fa che contribuire all’alleggerimento della pressione sul governo irakeno, quando è evidente che per ottenere il disarmo dell’Irak è necessario esercitare il massimo della pressione, lasciando aperta senza ambiguità la possibilità di una guerra. La Francia vuole presentarsi come garante della pace, ma questo ruolo non solo è controproducente, ma irrealista e, almeno in parte, ipocrita.
Veniamo agli Stati Uniti. Perché lei ritiene che sia un errore, una guerra all’Irak?
Perché non trovo convincenti le ragioni presentate fino ad ora da G. W. Bush. Intervenire in Irak per mettere un termine alla dittatura e ripristinare dei diritti fondamentali sarebbe certo una buona ragione, ma è difficile credere che sia questo a motivare la politica Usa. Un’altra ragione sarebbero i legami tra l’Irak ed Al Qaeda, che a oggi non sono stati provati. Rimane la questione del disarmo; Saddam Hussein è un pericolo potenziale, e per questo è necessario mantenere la pressione cercando di fargli perdere il potere. Se non ci si riuscisse è probabile che Saddam Hussein, appena potrà, cercherà di ottenere l’arma nucleare.
Rimane la risoluzione 1441.
È sorprendente il dibattito sulla 1441. I nostri dirigenti hanno discusso, litigato, negoziato a lungo per elaborare ed approvare la risoluzione 1441. La risoluzione, che i francesi con la loro nobiltà d’animo non si sono rifiutati di firmare, non dice che per giustificare una guerra gli ispettori devono trovare delle armi di distruzione di massa, ma che l’Irak deve cooperare attivamente al proprio disarmo. In caso contrario sarà la guerra, ed oggi siamo esattamente in questa situazione.
Ha ragione il quotidiano Libération quando definisce i paesi dell’Unione, che non hanno seguito l’asse franco-tedesco, come «mercenari di Bush»? Cosa ne pensa delle reazioni provocate in Francia dalla “lettera degli 8”?
Penso che sia vero che i rappresentanti di quei paesi firmatari della lettera non rappresentano i desideri della loro opinione pubblica, generalmente contraria alla guerra. Ciò non toglie però che né la Francia né la Germania hanno la legittimità per presentarsi come portavoce dell’Europa. Francia e Germania sembrano voler dire che spetta a loro dirigere la politica estera europea e che chi non è d’accordo è responsabile di un’eventuale divisione. Ma la nuova Europa a 25 non giustifica più questa pretesa.
Mentre la Francia tende a confondere i propri interessi con quelli dell’Europa…
È un’evidenza. La Francia vede se stessa come l’unica grande potenza europea, perché ha una lunga tradizione democratica e diplomatica, perché ha un grande passato coloniale, perché è tra i membri fondatori dell’Onu e ha un posto permanente, con diritto di veto, nel Consiglio di sicurezza e perché ha spesso dato prova della propria indipendenza. La Francia considera che se una politica estera dell’Unione è possibile, non può essere tale se non riflette la propria.
Una pretesa difficilmente accettabile.
E che rende impossibile una politica estera comune dell’Unione. In questo contesto, a parte gli Stati Uniti, qual è l’alternativa? La Russia? La Cina? Meglio gli Stati Uniti, con tutti i loro difetti. Questo detto, l’amministrazione Bush è in parte responsabile delle attuali tensioni con l’Europa. Mi riferisco in particolare all’atteggiamento del Segretario di Stato alla Difesa, Donald Rumsfeld, che va aldilà del disprezzo verbale. Rumsfeld pensa di non aver bisogno dell’Europa, considerata come un partner commerciale con il quale si litiga per delle questioni di banane, per esempio, ma politicamente ininfluente. Questo è un grave errore, perché l’economia europea e quella americana sono interdipendenti e perché gli Usa hanno bisogno di basi militari in Europa per “controllare” l’Asia centrale. Dire, come fa Rumsfeld, che l’Europa non conta nulla non ha senso.
La dura reazione di Rumsfeld non potrebbe essere considerata come una risposta all’ambiguità della Francia sulla questione irakena?
Seguo la carriera di Donald Rumsfeld da molti anni ed il suo disprezzo per l’Europa non è di oggi. Nella sua interpretazione del mondo gli europei sono degli assistiti, degli ipocriti, che parlano molto e agiscono poco, e dei quali si può, dunque, fare a meno.
Però è vero che se c’è un problema e ci si deve sporcare le mani, gli europei si aspettano che arrivino gli americani…
Senza dubbio, ma ciò non toglie che, per quanto riguarda l’Irak, il governo americano non dà all’opinione pubblica delle spiegazioni convincenti. La gente non è stupida e non capisce l’urgenza di questa guerra. Piuttosto che a un vero dialogo tra gli alleati assistiamo ad una prova di forza. Da una parte G. W. Bush che esercita una forte pressione sull’Europa e dall’altra il ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, che ogni volta che prende la parola nel Consiglio di sicurezza dell’Onu lancia delle proposte senza prima averle concordate con gli alleati, come l’ultima, che prevede un nuovo rapporto degli ispettori per il 14 marzo. Questa situazione è inaccettabile. Sembra uno spettacolo dato in onore dei dirigenti dei paesi africani o dell’Europa centrale, che assistono a questa specie di gioco tra le democrazie.
L’ambasciatore francese a Washington, Jean-David Levitt, in un articolo pubblicato dal New York Times, ha dichiarato che tra le ragioni che spingono la Francia alla prudenza sulla questione irakena c’è la paura di attentati terroristici sul territorio francese: «L’intelligence attesta che il mio paese non subìva una simile minaccia terroristica dai tempi della guerra d’Algeria».
Sarebbe molto grave perché vorrebbe dire che il governo francese cede alla minaccia terrorista. Ora, è vero che l’attitudine della Francia sul terrorismo consiste nel negare il problema o nel minimizzarlo, com’è successo per i francesi uccisi in un attentato in Pakistan o per la petroliera francese che ha subìto un attacco nel golfo dello Yemen. Il governo ha minimizzato lasciando credere che si trattasse di un errore dei terroristi. Ma non bisogna dimenticare che nella sua azione contro il terrorismo la Francia ha ottenuto dei buoni risultati.
Non va dimenticata neppure l’esplosione di Tolosa, presentata come un incidente senza che questa ipotesi investigativa abbia potuto, ad oggi, essere dimostrata.
È come se la Francia si rifiutasse di guardare la realtà in faccia. Se lo facesse sarebbe forse costretta a riconoscere che c’è un problema e che questo problema va risolto, eventualmente cambiando la propria politica. Credo che la Francia voglia essere presente nel Golfo Persico ed in Medio Oriente, dove svolge la sua unica vera azione politica: quella petrolifera. Perché sulla politica reale, come sul fronte diplomatico, in particolare nel conflitto tra israeliani e palestinesi, dal 1956 l’influenza della Francia nella regione non esiste più. C’è la volontà della Francia di essere presente, ma nessuno la vuole. A quei paesi, oggi, la mediazione francese non interessa. Tutti guardano verso gli americani, a cominciare da Sharon e Arafat.
Cosa ne pensa delle manifestazioni pacifiste di sabato?
Fossi stata a Washington non escludo che avrei potuto partecipare ad una manifestazione contro Bush, ma in nessun caso avrei manifestato in Francia, a causa della presenza in queste manifestazioni dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Credo sia molto pericoloso legittimare in questo modo personaggi come Le Pen, la Lega Comunista Rivoluzionaria e il Fronte Nazionale.
Non crede che questa ambiguità – sia negli scontri diplomatici o nelle differenti ragioni che spingono molte persone ad aderire ad una manifestazione “per la pace” – renda più difficile la comprensione della realtà?
Assolutamente. Gli uomini politici oggi hanno poca influenza in settori come l’economia, e sono assenti là dove potrebbero avere un ruolo importante, cioé nella pedagogia. Le faccio un esempio. quando Bill Clinton annunciò la sua decisione di intervenire in Kosovo ero negli Usa. Clinton spiegò agli americani che gli Stati Uniti avevano degli interessi economici da difendere in Europa ed era necessario riportare la stabilità nella regione. Spiegò che il Kosovo era il punto d’incontro tra l’Occidente ed il mondo musulmano e che occorreva mantenere dei buoni rapporti con i paesi musulmani. Un intervento in aiuto dei musulmani del Kosovo era positivo per gli americani. Per finire, Clinton spiegò che in Kosovo erano in corso dei massacri di civili ed un intervento americano avrebbe permesso di ripristinare i fondamentali diritti umani. A quel punto si poteva essere favorevoli o contrari, ma le ragioni che giustificavano un intervento erano chiaramente espresse. Questo non avviene per la crisi in Irak, perché Bush non assume con sincerità il necessario ruolo di pedagogo. Ho l’impressione che gli strateghi del governo americano stiano attirando gli europei in una guerra che non sarebbe che il primo passo di un progetto più vasto, che prevede la “ricostruzione” del Medio Oriente. Ma non possono dirlo esplicitamente perché gli europei rischierebbero di non seguirli. Ma tutti i dirigenti, arabi ed europei, sono coscienti dell’esistenza di questo progetto. Pensiamo ai sauditi: cercano una strada che permetta loro di sopravvivere politicamente, mostrando il desiderio di riformare il sistema e collaborano con gli americani, per quanto è loro possibile, nella lotta al terrorismo. Questo perché i sauditi non sono stupidi e hanno capito che se gli Usa si impossessassero del petrolio irakeno la loro situazione potrebbe diventare difficile.
I pur limitati tentativi di riforme in Arabia Saudita non dimostrano che la politica di Bush può dare dei buoni risultati?
Il primo effetto certo della politica di Bush è che gli ispettori dell’Onu sono tornati in Irak. Poi è evidente il desiderio degli americani di cambiare il regime irakeno. Un cambiamento in Irak potrebbe creare in alcuni paesi del Medio Oriente una possibile apertura per dei regimi più moderati e rappresentativi. Difficilmente dei veri regimi democratici, perché nella realtà attuale le donne probabilmente non potrebbero votare e gli islamisti rischierebbero di vincere delle ipotetiche elezioni pluraliste. Ma se lo sviluppo di un vero clima democratico nella regione è difficilmente immaginabile, si può ragionevolmente sperare in un’apertura in settori come quello dell’informazione o dell’educazione, ed un migliore rispetto dei diritti fondamentali.
La preoccupazione per un progetto così difficile da realizzare sembra legittima…
Sì, anche perché G. W. Bush sembra non essere abbastanza convincente sulla sua effettiva capacità di realizzare un tale progetto, pur non espresso. Solo per ricostruire un paese come l’Irak ci vorranno anni e gli Stati Uniti potranno farlo solo con l’aiuto dell’Onu. Esistono poi problemi alla frontiera con l’Iran, senza dimenticare i curdi, ai quali gli Stati Uniti hanno promesso una forma d’autonomia assicurando il contrario alla Turchia. La situazione rischia, com’è successo in Jugoslavia, di degenerare in conflitti interni e in regolamenti di conti politici, etnici e religiosi. L’amministrazione Bush non mi sembra abbia la credibilità e la determinazione per avviare un simile progetto e sostenerlo sul lungo periodo.
Le attuali tensioni tra il governo americano e quello francese rischiano di arrivare al punto di rottura, se la Francia decide di esercitare il suo diritto di veto. Se così fosse, quali potrebbero essere le conseguenze?
Sembra che i due governi stiano cercando di smorzare i toni, ma Parigi deve capire che sottoscrivere una visione che presenta gli americani come se fossero i “nemici del mondo libero” è inaccettabile e pericoloso. Nello stesso tempo Washington cerca ancora un accordo con i governi europei: l’opinione pubblica americana lo reclama ed il futuro della politica estera americana lo rende indispensabile. Mi sembra quindi poco probabile che la Francia possa trovarsi nella situazione di dover esercitare il suo diritto di veto. Se la Francia decidesse comunque di utilizzare quel diritto, il risultato sarebbe positivo per la sua immagine internazionale, ma la contropartita sarebbe la totale perdita d’influenza nella regione del Golfo. Sia agli americani che ai francesi conviene dunque tenere aperta la via del dialogo. Mi pare che l’accordo raggiunto lunedì scorso sull’Irak dai 15 dell’Ue sia un chiaro segnale in questa direzione.

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