Un uomo, due cuori lacerati
Sami Michael ci accoglie in casa sua, sul Monte Carmelo. Dal salone dell’appartamento all’ottavo piano si vede tutta Haifa. Da due terzi della casa si vede il mare. Alto, la pelle scura, un bel sorriso tranquillo e ironico.
«Sono il prodotto di due culture, di due mondi che sono al centro di un conflitto sanguinoso: l’israeliano e l’arabo. Sono nato e cresciuto in Irak. La mia madrelingua è l’arabo. Ho iniziato a scrivere in arabo e non sono arrivato in Israele perché ero sionista, ma da esule comunista in fuga. Divenni redattore di un giornale comunista arabo e scrissi diversi reportages che ebbero grande riscontro tra il pubblico arabo.
Nei primi tempi non avevo una casa. Dormivo sugli autobus, nei giardini pubblici. In seguito andai ad abitare in un quartiere arabo di Haifa. Nel frattempo arrivò la grande immigrazione degli ebrei dall’Irak e furono sistemati nei campi profughi tra il ’50 e il ’52. Ero molto popolare tra gli arabi e poco conosciuto tra gli ebrei, anzi ero addirittura malvisto perché le autorità ebraiche si chiedevano come fosse possibile che un ebreo proveniente da un paese arabo non odiasse gli arabi ma anzi vivesse con loro e li difendesse.
Al contrario degli ebrei della diaspora europea, gli ebrei irakeni vivevano nella stessa terra da secoli: addirittura dal 586 a.C., cioè dalla prima distruzione del Tempio da parte dei Babilonesi. L’ebraismo babilonese-irakeno ha contribuito al fiorire della cultura araba. In Europa gli ebrei erano stranieri, in Irak gli stranieri erano gli arabi, gli ebrei erano lì da prima. Dalla nascita dello Stato d’Israele, le autorità irakene iniziarono a perseguitare gli ebrei, a scacciarli dalle scuole, dal lavoro: oggi si pentono di ciò che hanno fatto agli ebrei.
Si pentono? Non sembra che si dispiacciano molto per le sorti del popolo ebraico!
Certo, ma ci sono molti intelletuali irakeni che vivono a Londra, a Berlino, in America che asseriscono che da quando gli ebrei hanno lasciato l’Irak si è verificato un calo netto nello sviluppo culturale. Insomma, io arrivai in Israele con in mano tutte le carte sbagliate: parlavo la lingua del nemico, portavo con me le tradizioni del nemico e perfino il suo colore: sono scuro, il mio aspetto fisico è arabo. A quei tempi difendere un arabo era peggio che essere arabo. Chi difendeva un arabo era considerato un traditore e io neanche parlavo l’ebraico. Passare dall’arabo all’ebraico… un avvocato, un medico possono passare da una lingua all’altra, ma uno scrittore? è un’impresa quasi impossibile, ma l’ho fatto e completamente da solo. Quando scrivo in arabo è la parte araba di me che parla, e quando scrivo sugli ebrei d’Israele è la parte ebraica di me che parla. Questo infastidisce le autorità letterarie israeliane…
Eppure in Israele lei è molto popolare, i suoi romanzi sono divenuti testi per gli esami di maturità e molti sono stati adattati per il teatro e per la televisione.
Perché c’è chi riesce ad andare controcorrente e non si ferma davanti agli ostacoli. Docenti ed educatori che vedono un valore nei miei scritti li hanno imposti al Ministero dell’Istruzione. Mi sento metà ebreo e metà arabo, e questo per molti è un fattore inquietante.
Capisco, anch’io mi sento sia israeliana che italiana.
Si, ma la tua fortuna è che l’Italia e Israele non sono in stato di guerra! Non pochi arabi vedono in me un nemico israeliano e molti ebrei mi considerano arabo. Ricevo non poche lettere di minaccia e telefonate intimidatorie, dalle due parti. Cinque anni fa sono stato invitato a Tunisi per un convegno organizzato dall’Unesco a cui sono intervenuti scrittori di tutto il mondo che scrivono in arabo. Il titolo era “Letteratura e poesia araba verso il terzo millennio”. Quando è arrivato il mio turno di salire sul palco, c’è stata una pioggia di fischi, grida e rimostranze. «Conosciamo e apprezziamo Sami Michael, ma qui non lo faremo parlare perché è un rappresentante di Israele!».
Che rapporto vede fra attività letteraria e impegno politico?
Credo profondamente che la letteratura abbia un ruolo fondamentale nella società. Penso che uno scrittore non possa estraniarsi dalla vita che lo circonda. Fin da ragazzo ero attivo nel Movimento Comunista perché desideravo un mondo più giusto. Durante l’adolescenza ho vissuto l’ascesa del nazismo e del suo dominio sull’Europa e sentivo che dovevo fare qualcosa contro la quella minaccia. Durante il nazismo gli ebrei irakeni si nascosero, ebbero paura per la loro incolumità. Io non posso nascondermi. Io combatto, sento che devo reagire, non posso eludere la realtà. Anche in Israele reagisco così e sento che devo difendere gli oppressi, non ha importanza se siano arabi o ebrei. Questo è anche uno dei motivi per cui sono stato scelto come Presidente dell’Associazione per i Diritti umani. è la prima volta in 40 anni che scelgono uno scrittore. Di solito prediligono giudici o avvocati. Essere stato scelto per questa carica è stata una soddisfazione più che aver ricevuto un altro premio letterario! Il mio nome è stato proposto ed accettato all’unanimità da una commissione di ebrei e arabi. Tra i compiti dell’associazione c’è la difesa delle minoranze in Israele, dei palestinesi nei Territori, degli extracomunitari che lavorano in Israele. Inoltre ci occupiamo di donne maltrattate, dell’oppressione contro gli omosessuali, di ogni tipo di problema sociale.
Come si sente dopo un attentato?
Dopo 100 anni di conflitti sanguinosi, di morte di giovani, anziani e bambini, i due popoli sono diventati più intransigenti dei loro capi. Siamo arrivati a un punto in cui i leader devono incontrarsi clandestinamente per raggiungere un accordo, perché temono le reazioni dei loro fratelli. Io definisco ciò “dispotismo della massa”. La massa ha il potere. Una massa che cerca vendetta, che non vuole interlocutori. Da quella parte, se ne avessero la possibilità, ucciderebbero tutti gli israeliani e qui molti si sbarazzerebbero volentieri degli arabi. Negli attentati vengono colpiti soprattutto gli innocenti, ma dall’altra parte non c’è meno sofferenza. Nelle grandi città palestinesi c’è ogni giorno il coprifuoco, la disoccupazione è arrivata al 50%, il 70% dei bambini palestinesi soffre di una malattia che si chiama “shock da guerra”. Anche il 30% dei bambini ebrei degli insediamenti soffre della stessa patologia. Uno dei sintomi di questa malattia è la voglia di morire. Per questo è facile trovare volontari pronti ad esplodersi tra la gente. Molte persone in Israele non escono più la sera per il timore di attentati. Apparentemente noi siamo gli occupanti e loro gli occupati, ma che differenza c’è tra il rimanere a casa a causa del coprifuoco o rimanere a casa per paura di un attentato?
Ci sarà la guerra contro l’Irak?
Non si può mai sapere quando e come scoppierà una guerra. I motivi che spingono gli Usa a questa guerra sono sospetti. Gli Stati Uniti dicono: “Vogliamo neutralizzare le armi per la distruzione di massa di Saddam Hussein”. Queste stesse armi esistono in Iran, in Israele, nella Corea del Nord, in Siria e negli stessi Usa. E sostengono di “voler liberare il popolo irakeno dalla tirannia del governo di Saddam Hussein”, ma la tirannia dell’Arabia Saudita, del Kuwait, dell’Egitto o di Gheddafi in Libia non sono diverse. Probabilmente i paesi arabi sono arrivati alla conclusione che sia giunto il momento di sbarazzarsi di Saddam. Preferirei che gli irakeni si liberassero da soli. Sono membro del Congresso Irakeno e sostengo la lotta per l’autodeterminazione del popolo irakeno contro il governo di Saddam. Non sono contro la guerra perché sono a favore di Saddam Hussein, sono contro la guerra perché chi pagherà il prezzo più caro sarà il popolo irakeno.
Cosa pensa dell’integralismo islamico?
è una cosa terribile, una mutazione. L’islam arabo non era così. Ha perso il controllo quando è uscito dal mondo arabo: in Afghanistan, in Pakistan, nel Nord Africa. Lì si è sviluppato un islamismo estremista che ora sta dilagando nel resto del mondo arabo. Questo è diventato un grande pericolo, per gli ebrei, per i cristiani e per gli arabi stessi. L’Europa non si rende conto di tutto ciò. Non si rende conto che l’integralismo islamico sfrutta la buona fede di chi vuole aiutare gente che cerca lavoro, che vive nella precarietà per espandersi ed imporre la propria ideologia. L’integralismo islamico vuole conquistare l’Europa.
Cosa pensa del nuovo quadro politico? Molti in Europa definiscono Sharon criminale di guerra e fascista!
Fascismo è ciò che fece Mussolini, che fece Hitler, e cioè campi di concentramento e di sterminio, fascismo è il razzismo che si sbarazza del diverso, di tutti coloro che la pensano diversamente. Come si può considerare fascista un Paese dove il 50% ha votato a favore dell’uscita dai Territori, ha votato contro la politica di Sharon? Un Paese dove ci sono elezioni democratiche, dove la stampa è libera. Nei paesi fascisti il popolo tutto si schiera con il governo. In Israele assolutamente no. è vero, stiamo occupando ingiustamente e dobbiamo uscire al più presto. Ma non siamo un Paese fascista. Non si considera fascista il Belgio nonostante ciò che ha perpetrato in Congo o in Ruanda, né si considera fascista la Gran Bretagna con la sua espansione nelle colonie e la Francia con tutte le atrocità che ha compiuto in Algeria.
Come si procede da qui? Che speranza abbiamo?
A questo punto, solo un intervento esterno può cambiare qualcosa. L’Europa e l’America devono smettere di schierarsi da una sola parte e imporre una soluzione alle due parti. L’Europa oggi, schierandosi con il popolo palestinese, incoraggia l’odio, fomenta la guerra. Anziché prendere una posizione seria, fa un gioco sporco per i suoi interessi, come ha fatto per trent’anni l’Unione Sovietica con i paesi arabi. I Paesi arabi, dal canto loro, sono interessati a che il conflitto tra Israele e Palestina continui. Mubarak e Saddam Hussein hanno meno problemi interni quando tutte le attenzioni sono rivolte al conflitto Israele-Palestina.
Deve esserci un’imposizione da fuori. Israele deve tornare ai confini del ’67 e i palestinesi devono rinunciare al ritorno alla spartizione del ’48 e al ritorno dei profughi in Israele.
Ritiene una proposta utile l’ingresso di Israele nella Ue?
A Milano ho avuto contatti con Yasha Reibman del Partito Radicale che si sta adoperando per questo. Penso sia una cosa positiva, se Israele entrasse nell’Ue modererebbe la sua linea e ciò gli darebbe più sicurezza. Io sono favorevole all’interposizione di un esercito europeo tra noi e i palestinesi. Tra due Stati ben definiti con confini ben definiti, in un contesto in cui Israele potrà aiutare la Palestina a diventare uno Stato nel quale i cittadini vivono tranquilli e nel benessere, perché uno stato povero e sofferente al di là del confine è un pericolo enorme e costante. Un ricco non può vivere tranquillamente quando il suo vicino è affamato.
Sari Nusseibe disse che gli attentati fanno perdere ai palestinesi la possibilità di realizzare uno stato: perché non lo capiscono?
Purtroppo ad essere ascoltata non è la gente che pensa razionalmente, ma coloro che fomentano l’odio e il disordine: sono loro che influenzano le masse. Da entrambe le parti il dolore e la paura giocano il loro ruolo. è un circolo vizioso che preclude ogni possibilità di dialogo. Dopo un attentato sei lì, davanti alla televisione con le lacrime agli occhi e ti poni tante domande. Lo stesso mi accade dopo l’uccisione di un palestinese. Ma non sei legittimato ad andare a picchiare, a colpire. E invece c’è chi sa cogliere l’occasione per sfruttare il dolore e aizzare i due popoli l’uno contro l’altro.
Dobbiamo uscire al più presto dai Territori. Da quando siamo usciti dal Libano si vive più tranquilli al nord. Nel ’67 si girava tranquilli, nessuno aveva paura di girare per le strade, di fare una gita.
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