Perché bisogna fermarli

Di Barbone Marco
13 Marzo 2003
Umano sgomento per un tragico evento scaturito da un momento qualunque

Umano sgomento per un tragico evento scaturito da un momento qualunque di una giornata lavorativa di un giovane poliziotto. Lì finiscono i suoi giorni, in un triste scompartimento ferroviario dove incontra due brigatisti rossi. Sgomento, dolore e partecipazione emotiva, ci richiamano alla mente Pasolini e il suo schierarsi dalla parte dei poliziotti, veri proletari, nel ’68 che si apprestava a diventare cultura dominante. Un povero poliziotto ucciso da una coppia di quarantenni che tutti vorremmo figurarci alla stregua dei giapponesi che continuavano la guerra e nessuno li aveva avvisati che era finita. Forse è proprio così, giacchè l’età e la provenienza politica dei due lascia individuare un percorso politico tipico degli anni’80: Autonomia e movimenti di estrema sinistra e poi l’arruolamento nelle file della lotta armata. Dunque non è un movimento affatto nuovo, c’è una continuità anche individuale con le organizzazioni storiche della lotta armata, e viene da chiedersi perché molti si affannino a negare questa continuità.
La risposta può stare in una intervista di Nanni Moretti che ha ammesso di avere avuto una grave crisi quando si è finalmente arreso all’evidenza del fatto che le Br fossero composte da persone di estrema sinistra, da comunisti. Il regista avrebbe preferito crederli dei provocatori, prezzolati da qualche servizio segreto, dei fascisti travestiti da compagni e potremmo andare avanti nelle citazioni della disinformazione di sempre; invece si è dovuto arrendere all’evidenza del fatto che la sinistra ha generato dei “mostri”, delle persone capaci di armarsi e di aggiungere alla propria critica politica il tragico epilogo di un colpo di pistola.
Ma sono veramente dei mostri, cui non si può tentare di rivolgere una parola, una preghiera perché riprendano un volto umano? Lo ha fatto il Professor Pietro Ichino, in un disperato tentativo di spezzare una catena dalle conseguenze apparentemente già scritte. Ci aveva tentato anche Aldo Moro dalla prigionia, e per le sue famose lettere fu tacciato di subornazione psicologica se non peggio. Oggi se ne è potuto parlare, con serenità, ma la dura risposta è arrivata da una stazioncina ferroviaria.
Il dialogo può partire da un reciproco riconoscersi, non dall’odio per il ruolo sociale che ti acceca a tal punto da ritenere politicamente giusta una esecuzione sommaria di un consulente del ministero del lavoro. E allora bisogna fermarli e la storia e la cronaca e la vicenda stessa di chi scrive dimostrano che una volta catturati hanno la possibilità di ritornare umani, deboli esseri umani con la propria croce di una vita violenta.

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