Come si vive in Israele?
Entro nella palestra del kibbutz, sono circa le tre del pomeriggio, metto in moto il rullo di marcia e inizio a camminare. Una donna del kibbutz mi dice: «C’è stato un altro attentato, un’ora fa! A Haifa, all’ora di punta, un terrorista si è fatto saltare su un autobus di linea che parte da una delle scuole più grandi della città e fa capolinea all’Università. Era pieno di ragazzini e di studenti!». Scendo come un automa, accendo la Tv e torno a camminare. Sullo schermo le immagini dell’autobus sventrato. Gli sguardi sgomenti della gente e io inizio a correre. Fisso lo schermo e mi sento rabbrividire dalla nausea. Per cosa corro? Per dimagrire un altro kg? Per essere più bella? Inizio a pensare alle madri dei ragazzi che erano nell’autobus che in quel momento staranno impazzendo di preoccupazione, corro e penso che posso restare là a correre perché né il mio compagno, né nessuno dei miei figli si trova a Haifa. Corro e sento che la vita non ha nessun valore. Che la vita di un israeliano, ebreo, cirkasso o cristiano che sia, non ha nessun valore ed è in mano del destino. Essere al posto sbagliato al momento sbagliato significa che in un attimo non ci sei più! Altre 50 famiglie domani mattina si risveglieranno disfatte e penso a Suha Arafat… chissà se anche lei piange per il ventenne palestinese che si è suicidato un’ora fa o per la sua famiglia. Chissà se le mogli dei capi palestinesi che mandano quei ragazzi a devastare Israele, si vergognano o sentono la nausea come tutti qui in Israele dopo ogni attentato? Dopo dieci minuti chiudo e me ne vado a casa. Tra i primi volti che appaiono tra le vittime c’è un ragazzo di Zfat dove è situato il Liceo dove insegnamo il mio compagno e io. A scuola la foto di Daniel Harush è attaccata al muro e sotto decine di lumini del ricordo. Il preside chiama tutti i docenti in Sala professori: «Oggi è il primo giorno del mese di Adar, il mese del carnevale ebraico. Alle 11.00 ci sarà uno spettacolo di musica e danze del Brasile, abbiamo deciso di lasciare il programma inalterato. Ciò che vogliono i nostri nemici è distruggere il nostro spirito, toglierci la voglia di vivere e noi, come educatori, abbiamo il dovere di essere forti ed aiutare i nostri ragazzi a continuare a vivere normalmente». Nel corridoio mi avvicino a un’insegnante che cammina a testa bassa con gli occhi gonfi, le poso una mano sulla spalla, mi dice: «Dobbiamo sostenere i ragazzi… ma a noi chi ci sostiene?». Al termine, un’altra docente: «Era lo spettacolo giusto… anche se mi è stato difficile accettare questa decisione. I brasiliani sanno qual è il valore della musica, della danza… chi soffre, chi ha poco di tutto sa amare tutto di più!» Sorrido anch’io, sento ancora una volta il nodo in gola e penso a tutti coloro che mi chiedono come si vive in Israele. Ecco. In Israele si vive cosi!
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