Forrest Gump, buonisti e “cose rotte”se
«Perché sei venuto? Mi hanno detto di venire qui, ho ricevuto ordini. Sei venuto per uccidere il popolo iracheno? Mi hanno sparato, io ho risposto. Non volevo uccidere nessuno». In questa intervista a un soldato americano catturato, trasmessa dalla televisione Al-Jazeera, è concentrato tutto il conflitto. C’è la profonda umanità del soldato, un Forrest Gump, un bravo ragazzo, uno che vuole le cose a posto. C’è l’America a cui continuiamo a dire sì, semplice fino all’ingenuità, tanto diversa da quel simbolo da odiare, che appare nelle piazze italiane. C’è il regime di Saddam che ha mostrato il suo volto selvaggio, inumano e violento; contro la convenzione di Ginevra, ha portato in televisione alcuni soldati catturati con il volto pieno di percosse, o addirittura i cadaveri; pare, perfino, abbia freddato con un colpo alla nuca alcuni prigionieri e ha sparato a chi si era lanciato da un aereo abbattuto. Ma nell’intervista appare anche l’errore profondo dei capi americani, quelli che provocano la stessa semplificazione della realtà in cui incorre il soldato prigioniero: non è così facile mettere le cose a posto, neanche sul piano militare. Pur volendo e perseguendo una guerra “leggera”, volta a fare meno vittime possibili, i feriti, i morti cominciano ad affollare i nostri teleschermi. Speriamo che alla fine siano pochi, speriamo che questa guerra finisca in fretta: ma proprio chi ha goduto dei privilegi del regime irakeno potrebbe battersi fino all’ultimo sangue. La ricostruzione si preannuncia, ancor prima che si conoscano le sorti della guerra, più difficile della guerra stessa, perché le cose sono più “rotte” di quanto si possa credere. E quanto odio già sta crescendo in Irak e altrove, anche da noi. Questo accomuna Bush e i pacifisti buonisti (anche se cattolici): il pensare che le cose siano “rotte” per colpa di altri, che basti eliminare il nemico perché tutto ritorni a posto. Il male è dentro di noi; siamo fatti per la vita, ma cerchiamo la morte; siamo fatti per il bene, ma non riusciamo a stare in pace neanche con i nostri familiari. Se fosse per noi, solo per noi, riusciremmo a diventare nemici giurati anche degli amici più cari. Per mettere a posto le cose “rotte” non basta una campagna militare, né sfilare dietro a capipopolo, partecipare a scioperi, gridare slogan, sventolare bandiere. Ci vuole qualcuno che ci renda così liberi da farci capire che la pace è un dono; ci vuole qualcuno che educhi i popoli a una libertà così grande da spingere a fare pace.
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