LA corsa verso Baghdad (e italbalilla)
Lo shock causato dalle immagini dei prigionieri americani sembra avere due effetti opposti: indebolire un Occidente che non ha più stomaco per questo genere di prove e inasprire il desiderio di vendetta dei soldati. Radicalizzando lo scontro, la dirigenza irakena otterrà una maggiore combattività delle proprie truppe e minerà alle fondamenta la resistenza di coloro che la guerra la vivono alle otto di sera. Rumsfeld e Cheney, che hanno fortemente voluto questo conflitto superando i dubbi di Colin Powell, hanno sottovalutato la leadership irakena? Forse sì, ma l’hanno anche valorizzata col tentativo di eliminarla a colpi di missile. Questa anticipazione dell’attacco ha finito per prendere di sorpresa tutto l’apparato militare alleato: la 101esima aviotrasportata non ha ricevuto i mezzi per compiere assalti aerei e si sta spostando nel deserto: la 4° divisione corazzata, invece, è rimasta nel Mediterraneo e ci vorrà molto tempo per farla arrivare in zona d’operazioni. Le perdite, finora, sono molto limitate, se si pensa all’ampiezza dell’offensiva. Secondo l’ex-generale irakeno Tafwik al Yassiri «Decine di migliaia di uomini delle forze di élite irakene si sono sparpagliati sotto terra, sul terreno, in fattorie, scuole, moschee e non portano la divisa». Ugualmente Nikolaj Koklov, ex consigliere di Saddam, aveva previsto l’attacco alle lunghissime e indifese linee di rifornimento: la cattura dei cinque marines ne è la prova. I dati positivi sono la rapidità dell’avanzata, il controllo dell’Irak occidentale per difendere Israele dalla minaccia missilistica, i risultati conseguiti dalle forze speciali nel settentrione a fianco dei curdi. Poco pubblicizzati gli strikes del Sas australiano e della Delta Force che hanno fatto saltare in aria i centri comando irakeni per le Armi di Distruzione di Massa. Gli alleati sono obbligati a “correre” a Bagdad per ingaggiare battaglia con la Guardia repubblicana e riportare una vittoria decisiva: tutto questo però facendo i conti con una sempre più probabile crisi logistica e con l’usura dei materiale e dei motori. Il vero punto debole dell’Occidente è un altro: un’opinione pubblica, pronta a scoraggiarsi in caso di insuccessi limitati. Quanto all’Italia, il coro dei bambini che intonavano “O bella ciao” a una manifestazione pacifista, una scena spontanea come un’adunata di Balilla, fa capire perché ci siamo meritati la definizione di Churchill: «ventre molle d’Europa».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!