Doppiezze arabe in conflitto

Di Emanuele Boffi
27 Marzo 2003
L’ambiguità dei paesi arabi, la figura di Bin Laden e qualche consiglio agli anglo-americani. Parla S. K. Samir, islamologo di fama mondiale

Samir ci tiene a distinguere. Il mondo arabo non è monolitico, granitico, unico; al suo interno, anzi, sono diverse le sfaccettature. La posizione di chi governa deve giocare sull’ambiguità per una sorta di necessità voluta dalla real politik. Padre Samir Khalil Samir, teologo gesuita egiziano e islamologo di fama mondiale, spiega come senz’altro «la fama di Saddam Hussein nei paesi mediorientali è pari a zero. Saddam è considerato alla stregua di un dittatore. Ha fatto due guerre contro paesi islamici, Iran e Kuwait, e tutti sanno quale è stato il suo atteggiamento verso i curdi e gli sciiti, quindi non si può certo dire che sia un capo di Stato amato e rispettato». I silenzi, più che non le prese di posizione esplicite, potrebbero far concludere che per gli Stati islamici “il nemico del mio nemico è un mio amico”; ma, prosegue il professore, «bisogna stare molto attenti al sentimento comune della gente che si chiede: che colpa ha il popolo irakeno? Perché la guerra all’Irak? Perché gli statunitensi non lo spodestarono 12 anni fa e si fermarono in Kuwait?». E, secondo ma non meno importante, alla propaganda «dell’ala più integralista dell’islam che ha facile gioco nel presentare gli Stati Uniti come aggressori».

Dubbi sauditi
Jamal Khashoggi, neo direttore di Al Watan (quotidiano progressista saudita) ha dichiarato al Corriere della Sera (20.3.03) di essere «favorevole alla guerra, per noi sauditi l’Irak sarà un grande mercato» ma anche che Osama Bin Laden: «è un fratello che si è perso e che ha compiuto errori enormi. Ma spero che non venga mai arrestato». Samir non si stupisce più di tanto per queste dichiarazioni; «l’Arabia Saudita è in gran parte dipendente, se non totalmente dipendente, dagli Usa. Tuttavia la classe dirigente sa bene che, da un punto di vista dell’ortodossia islamica, la casa regnante, sebbene si presenti come il campione dell’islam e abbia adottato il Corano come sua costituzione, è “non islamica”. Il modo di vivere dei regnanti sauditi, il loro concedersi ai piaceri è, agli occhi di una rigida interpretazione del Corano, visto come “anti-islamico”. Il mondo musulmano vive quindi questo contrasto: da un lato accetta gli aiuti economici provenienti dai ricchi sauditi, dall’altro ne contesta proprio l’opulenza. E Osama Bin Laden rappresenta esattamente il rifiuto di questa corruzione dell’islam. Osama si presenta come un vero campione dell’islam: austero e ascetico». Chi governa deve tener conto di questa simpatia delle masse che è «fenomeno comune a tutto il mondo islamico. La gente ha maggior ammirazione per gli esponenti dell’islam radicale che non per i regnanti. Chi governa non può far altro che prenderne atto e, di tanto in tanto, “concedere qualcosa” per evitare sollevazioni interne». La dinastia saudita finanzia la costruzione di moschee in tutto l’Occidente, è fautrice di un’interpretazione sine glossa del testo coranico ma «non si accorge – prosegue Samir – che “inconsapevolmente” dà fiato al terrorismo proponendo una linea integralista, la più rigorosa, che non ammette l’interpretazione di un testo nato 14 secoli orsono. Tale islam fondamentalista è in conformità con le idee teoriche dei movimenti terroristi. La differenza fra i due non è nel modo di pensare ma nell’applicazione».

Un consiglio a Usa e Gb
A Umm Qasr, la prima città irachena caduta, è avvenuto un episodio significativo. È stata dapprima innalzata la bandiera statunitense, quindi subito ammainata e sostituita con quella irachena. L’ordine è giunto dal generale Tommy Franks, comandante in capo delle operazioni: «non siamo una forza di occupazione, ma di liberazione». Secondo Samir «il dominio di un potere straniero, americano o non americano, sarà visto come un dramma; se gli Usa vogliono instaurare la democrazia, dovranno stare attenti a non presentarsi come paese occupante. Se gli irakeni vedranno gli americani sfruttare le loro ricchezze senza ridistribuirle, si andrà senz’altro verso una ribellione della popolazione. Come potrà una popolazione credere al diritto quando questo diritto verrà proposto da chi lo ha infranto?».

Non è un conflitto religioso
Il conflitto in Irak servirà a sgominare i gruppi eversivi o porterà, all’opposto, ad una loro espansione? Secondo l’islamologo «c’è il grande pericolo che questa guerra aumenti il terrorismo. Non è sicuro, ma c’è una buona probabilità. Il conflitto è inteso dal mondo musulmano come un’aggressione del mondo cristiano. Una delle caratteristiche del movimento integralista è di considerarsi vittima dell’Occidente. Si sentono in guerra contro il mondo pagano occidentale». E questa lettura, negli ultimi anni, sta prendendo sempre più piede; secondo Samir ormai «il 20% della popolazione islamica crede in questa interpretazione delle vicende umane e la guerra non fa altro che confermarla». Per questo, conclude Samir, «ha fatto bene il Santo Padre a indicare Saddam come un dittatore ma, al tempo stesso, a condannare chi ha deciso questo conflitto» evitando così un’interpretazione “religiosa” della guerra. È un fatto nuovo e di buon auspicio che nei paesi mediorientali si inizino a contare interventi di intellettuali musulmani a favore del Vaticano.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.