Chi già lavora per la pace
Massimo Gramellini, La preghiera del marine, La Stampa, 2 aprile.
«Tra le truppe americane in Irak si va diffondendo un libretto di preghiere (…). L’Onnipotente si è invece preso una cotta clamorosa per George Bush e in queste settimane di guerra il suo primo pensiero al mattino non va alle vittime del macello, ma a lui. “O Signore, che il Presidente e i suoi consiglieri siano in buona salute, ben riposati, forti e coraggiosi e facciano la cosa giusta a dispetto delle critiche”».
Anto Akkara, L’altra marcia di due suore verso Baghdad, Avvenire,
3 aprile.
«Nella casa di Baghdad, che si trova sulle rive del Tigri, le Missionarie della Carità si prendono cura di 24 bambini disabili tra i due e i dodici anni. Sono tutti orfani, alcuni vittime della guerra del 1991. E ora aspettano l’arrivo delle due consorelle da Amman».
Alessandro Zaccuri, «L’imprevisto ci salverà», Avvenire, 4 aprile.
George Steiner, uno dei più grandi critici letterari viventi: «L’11 settembre, per esempio, è stato un fatto del tutto imprevisto e imprevedibile. Come imprevedibile era la caduta del muro di Berlino. Finora nessun grande artista è mai stato ateo. La bestemmia si trasforma nell’ammissione dell’esistenza dell’Essere che si vuole negare».
Commento
L’imprevisto è l’unica salvezza. L’imprevisto è un fatto che non dipende da nessun antecedente, che non si potrebbe neanche immaginare a partire dal contesto in cui accade: come un’oasi in un deserto. Come le suore di Madre Teresa, che curano dei bambini handicappati sotto le bombe di Baghdad; come la caduta del muro di Berlino, picconato dopo che il Papa consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria. Della guerra in Irak continuano a riferirci ciò che è prevedibile: le bombe, i morti, la devastazione generale. La descrizione di questi fatti – soprattutto dalle immagini della televisione – genera una profonda pietà, una profonda impotenza, spesso una disperazione profonda: che non ci sia più niente da fare. La speranza, invece, è il sentimento più umano che ci sia, perché dice dell’istinto dell’uomo alla sopravvivenza, non solo: alla sopravvivenza in una realtà amica, positiva. A cosa serve pregare la Madonna? Perché è già accaduto che abbia fatto miracoli. A cosa serve che quattro suore rischino la propria vita e quella di coloro che stanno accudendo? Perché il piegarsi su chi ha bisogno commuove il cuore dell’uomo e può anche fermare la spada, per pietà. L’imprevisto, piuttosto che la lucidità dei comandanti della guerra, dovrebbe essere invocato dai soldati nelle loro preghiere. Un miracolo è quello che serve. Giudicare questa guerra adesso non può più limitarsi a una critica – seppur giusta – sulla sua irragionevolezza, ma deve essere una mossa di pietà e di commozione verso coloro che vi stanno morendo. Come ha detto Monsignor Cordes sabato 29 marzo all’incontro promosso dalla CdO: «Noi stessi abbiamo un ruolo in questo evento. Lasciamoci smuovere dal dolore di quelle facce che la televisione ci porta in casa». La fine di questo conflitto è prevedibilmente a favore degli anglo-americani; la pietà per la fine dei soldati anglo-americani e degli iracheni è ciò che, imprevedibilmente, può cambiare tutto.
In breve, dalla stampa, 31 marzo – 7 aprile 2003
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