Il vantaggio dell’amore

Di Tempi
17 Aprile 2003
Nella tragedia che è la guerra e nella confusione che ci può essere in tante iniziative per la pace, sia pur animate dalle migliori intenzioni, ci colpisce che ci siano persone tanto serie da tener duro sul fattore educativo

Nella tragedia che è la guerra e nella confusione che ci può essere in tante iniziative per la pace, sia pur animate dalle migliori intenzioni, ci colpisce che ci siano persone tanto serie da tener duro sul fattore educativo. Ovvero il più negletto, antieconomico e antipolitico che ci sia nell’epoca dove tutto è guerra di potenza e di consenso (e il pacifismo non sfugge a questa logica). Oggigiorno è facile il chiacchiericcio da bar-Tv, la fuga nella politicizzazione di ogni avvenimento, la delusione rabbiosa quanto più si dimostra che la realtà è più testarda delle proprie reazioni emotive. Ed è facile che anche davanti a una vicenda come la guerra che ha mobilitato e mobilita con preoccupazione ogni persona dotata di coscienza e buon senso, i giovani si trovino a dover scegliere tra proposte di reazioni sentimentali, speculazioni ideologiche, mobilitazioni continue. Insomma, in un frangente storico in cui di gratuità, carità, umanità si parla molto, ma se ne vedono ben pochi segni in giro (anche in chiesa), ci colpisce che ci sia gente come il medico Giancarlo Cesana, che, a distanza di tanti anni da che rinunciò a seguire il ‘68 dei Paolo Mieli e dei Giuliano Ferrara (di cui tra l’altro condivideva certe ispirazioni e certa collocazione politica di fondo) per rimanere fedele a una proposta di cristianesimo vissuto, sia ancora qui, a educare, a dialogare, a dare tempo, a impegnare l’intelligenza, in una parola: a vivere un ideale come proposta presente per sé e per i giovani che incontra. E ci colpisce che, recentemente, ci abbia detto che anche oggi l’unico rimedio all’ubriacatura ideologica o alla disperazione pratica o al cinismo della storia raccontata dai più forti resta «una persona che, innanzitutto, non ci ha detto cos’è giusto e sbagliato, ma che è entrata di schianto dentro a tutta l’umanità, anche l’ingenuità dei nostri tentativi, riproponendo un solo fattore, riproponendo un solo fatto che abbraccia tutto». Questa persona è don Giussani, ma l’attaccamento non è alla sua figura, bensì al suo fattore portante: «Cristo, la ripresa per noi è l’annuncio del fatto di Cristo». Che caratteristiche ha questo fatto? Don Luigi Negri, anch’egli antico ciellino, dice: «Non è un’opinione, è un giudizio». «E il giudizio», aggiunge un altro amico di monsignor Giussani, don Stefano Alberto, «è l’espressione dell’appartenenza e di un attaccamento. Perché noi a questo fatto che è la compagnia storica con cui Cristo ci ha raggiunti dentro la sua Chiesa – comprendendo e avvertendo tutto il nostro limite – noi a questo ci attacchiamo. La serietà umana, la serietà umana dei nostri amici negli Stati Uniti, la serietà umana della nostra amica irakena Sanà, la serietà umana mia di fronte all’accadere di questa Presenza, all’accadere di questo fatto, è attaccarsi. Appartenenza come attaccamento all’evidenza di positività che questa compagnia porta nella vita, nel mondo, tra i nostri fratelli uomini». Pensiamo ai tre articoli di monsignor Luigi Giussani apparsi recentemente sul Corriere della Sera, alla radicalità con cui si vede emergere in essi l’intensità della pietà, proprio come sguardo su ogni uomo: non c’è più estraneità, non c’è più inimicizia, non c’è il soldato americano contrapposto al soldato iracheno, c’è solo la possibilità che si realizzi «il vantaggio dell’amore». Cioè una persona, un’amicizia, un popolo che non ha l’ansia di aver ragione, ma l’impeto educativo che aiuta a vedere – è un’altra parola che colpisce negli articoli di don Giussani – «le evidenze storiche». Dice Stefano Alberto «perché la questione grande dentro alla confusione, dentro alla possibilità di menzogna e di tradimento (che non è solo degli altri, ma è anche nostra), è la certezza che Dio è il Signore di tutto, che tutto conduce a un destino di bene, di fronte a qualunque grave momento della storia». Per questo ci e vi auguriamo una buona Pasqua, almeno da Innominato manzoniano. Giacché ci sembra giusto e razionale non innanzitutto credere, ma innanzitutto mendicare.

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