Vecchia Europa non tradirci

Di Nezan Kendal
24 Aprile 2003
Ci aveva raccontato le sofferenze dei curdi (Tempi 11) prima del conflitto. Oggi, che si pensa a ricostruire, Kendal Nezan torna ad indicare le priorità per il suo popolo e lancia un appello al Vecchio Continente

La guerra in Irak giunge al termine. Cominciata in condizioni politiche e diplomatiche particolarmente difficili, è stata poi condotta con maestria. L’intervento militare di paesi vicini come la Turchia e l’Iran è stato impedito. Le vittime civili si contano in centinaia – 1252 secondo la stima del governo irakeno alla vigilia della sua caduta – piuttosto che in centinaia di migliaia, come predetto da “esperti” e profeti di sventure che avevano anche annunciato dai due ai tre milioni di rifugiati, l’incendio generalizzato del mondo arabo-musulmano, catastrofi ecologiche, oltre allo scontro planetario delle culture, delle civiltà e delle religioni. Se il ridicolo e la demagogia uccidessero, la classe politico-mediatica della “vecchia Europa” sarebbe oggi decimata. A crederci, il solo modo di evitare i cataclismi diplomatici di cui essa agitava lo spettro era quello di lasciare in pace il regime di Saddam Hussein, di continuare il romanzo a puntate delle ispezioni che durava da dodici anni, e di riabilitare in seguito gradualmente la terribile dittatura irakena, condannando così il popolo irakeno a una morte lenta. La guerra è stata anche l’occasione per molti europei di regolare, per interposti irakeni, i loro conti con gli Stati Uniti e spesso con il loro proprio governo.

Un tribunale mancato
In questi tempi di zapping e di memoria corta, una certa Europa ha dimenticato, o preferisce non ricordare, che già nell’aprile del 1991 i quindici paesi della Comunità europea riuniti per il summit del Lussemburgo, avevano, all’unanimità, domandato la creazione di un tribunale internazionale per giudicare gli alti capi irakeni per crimini di genocidio. Oso sperare che l’Europa non abbia preso alla leggera tale decisione di estrema gravità. Mostrandosi incapace di mettere in opera la sua decisione, essa ha privato i suoi cittadini di un mezzo potente della propria educazione contro uno dei regimi più barbari della storia recente. Un regime le cui vittime si contano in centinaia di migliaia e i cui crimini sono largamente documentati dalle 14 tonnellate di archivi della propria Gestapo sequestrati dalla resistenza curda e consegnati all’organizzazione Human Rights Watch, che ne ha pubblicato una sintesi sotto il titolo “Genocidio in Irak”. Se un tale tribunale fosse stato istituito, i cittadini europei sarebbero meglio informati e moltissimi tra di loro avrrebbero potuto contemporaneamente denunciare la dittatura di Saddam Hussein e opporsi all’unilateralismo americano. Ci sono nella storia dei momenti cruciali in cui occorre saper scegliere il proprio campo. Ai tempi della Seconda guerra mondiale, le élites curde s’impegnarono molto presto a fianco degli inglesi e della Francia libera, mentre i nazionalisti arabi, ivi compresi i fondatori del partito Baath, per opposizione al colonialismo britannico sostennero la Germania nazista. Nella stessa Francia, la grande maggioranza della popolazione, per diffidenza tradizionale verso gli anglosassoni – fatto che dice qualcosa dell’antiamericanismo di principio odierno – si schierò dietro il suo “pacifico” maresciallo Pétain che collaborava con Hitler. Eppure i curdi avevano moltissimi motivi per avercela con la Gran Bretagna e con la Francia, che avevano disegnato la carta del Medio Oriente e deciso della divisione del Kurdistan in molteplici stati in funzione dei loro interessi politici e petroliferi. Ma la posta in gioco di una guerra che opponeva il campo della democrazia alla barbarie nazista sorpassava largamente i propri motivi di risentimento.

La gioia dei saccheggi
Per questo, durante la guerra in Irak, i curdi sono restati fedeli alla loro tradizione e si sono impegnati a favore della coalizione delle democrazie contro la barbara tirannia di Saddam Hussein. Grazie a questo schieramento, i curdi hanno potuto liberare la parte del loro territorio che si trovava ancora sotto la ferula del Baath, un’estensione cioè di 35000 km quadrati includente le città simbolo di Kirkuk e di Mossul. Dei larghi settori dell’esercito, dell’amministrazione e della popolazione irakene hanno sostenuto anch’esse, in un pericoloso contesto, le truppe alleate, rifiutando di combatterle e dando loro informazioni. Oggi, che siano curdi, turcomanni o cristiani, la grande maggioranza degli irakeni che hanno sofferto sotto la tirannia, festeggiano la liberazione e ringraziano i loro liberatori. I disordini conseguenti alla fine brutale di un regime dispotico sono normali, perché la liberazione dalla lunga e opprimente notte della dittatura è una rivoluzione, e la rivoluzione non è una serata di gala ben ordinata. Non si può impedire ai miserabili abitanti di “Saddam City”, che vivevano con un salario mensile di tre o quattro euro, di tentare di riprendersi un’infima parte della ricchezza nazionale rubata dal regime, prendendosela coi palazzi faraonici e con le lussuose ville del tiranno, della sua famiglia e degli accoliti. Passata la gioia e la catarsi della liberazione, le cose stanno progressivamente rientrando nell’ordine. Gli irakeni si apprestano a prendere in mano il loro destino poiché non permetteranno che il loro paese divenga un protettorato americano e ancora meno una repubblica delle banane. Ciononostante, il processo di ricostruzione economica e politica del Paese sarà caotico, difficile, conflittuale. Il regime totalitario con le sue guerre e i suoi saccheggi delle ricchezze nazionali ha rovinato lo Stato. I danni negli spiriti sono anch’essi considerabili. La politica di ritorno “alle tribù e ai valori arabi e islamici” ha accentuato la frammentazione della società. La rivitalizzazione del tessuto sociale e lo sviluppo della società civile grazie al ritorno di una parte dei quattro milioni di irakeni esiliati in Occidente, prenderanno del tempo. Ma in un contesto ancora più difficile, i curdi, di cui il 90% dei villaggi e una ventina di città erano stati distrutti, hanno saputo in una decina di anni creare una democrazia parlamentare laica e pluralista che funziona e che ha assicurato una certa prosperità economica e un rinnovamento culturale senza precedenti. Questo esempio può servire all’Irak arabo.

La libertà alle porte
Il dialogo esistente ormai da anni tra le diverse forze d’opposizione, le riunioni di una quindicina di commissioni specializzate, hanno già permesso d’identificare la maggior parte dei problemi di transizione dalla dittatura alla democrazia. Ci si può anche rallegrare del fatto che c’è un consenso generale per la rifondazione dello Stato irakeno su basi democratiche e federali. Dopo alcuni mesi di un’amministrazione americano-irakena incaricata della pacificazione del paese, del disarmo dell’esercito, dell’eliminazione dei membri del partito Baath dall’apparato statale, verrà formato un governo irakeno di transizione, rappresentativo delle diverse componenti della popolazione. Esso avrà per obiettivo di elaborare un progetto di Costituzione che sarà precedentemente sottomesso a referendum, e di preparare le elezioni destinate a dotare il Paese di istituzioni legittime. Stabilire la democrazia all’interno di un paese musulmano rovinato e diviso non sarà un’impresa facile. Otre a ragioni interne, paesi vicini come la Turchia, l’Iran e la Siria tenteranno di strumentalizzare questa o quella comunità irakena per ostacolare la riuscita di questa impresa che, per il suo valore di esempio, potrebbe inquietarli. Tuttavia, occorre dire e ridire agli europei che, con l’antiamericanismo o la predilezione di dittature nazionaliste, porranno le loro speranze nel fallimento dell’esperienza irakena. Un tale fallimento getterà il Medio Oriente in un nuovo ciclo di violenze e di caos che risulterà nefasto sia per l’Europa che per l’America. Al contrario, il successo della democrazia potrebbe accelerare il necessario processo di democratizzazione del mondo arabo rimasto, a tutt’oggi, ai margini dei venti della libertà che hanno percorso in lungo e in largo il resto del pianeta.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.